Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Bacheca

La Caritas e il mondo dei detenuti in Italia


1. Il mondo del carcere in Italia

Il carcere è uno dei luoghi significativi del lavoro pastorale in Italia, che coniuga la promozione della giustizia e del perdono, della pace e della preferenza per i più deboli. Oggi come ieri il carcere è  un luogo dove la Chiesa di Gesù  pone un ‘segno’ a difesa, a tutela del colpevole che è diventato vittima, perché solo, rinnegato, disperato, malato.
Il mondo del carcere, degli oltre 200 istituti penitenziari italiani sovraffollati con più di 60.000 detenuti; è abitato da colpevoli reali, il 50% e da presunti tali, l’altro 50%.
Tra i carcerati ci sono ‘i primi’ e ‘gli ultimi’. Gli immigrati sono certamente tra gli ultimi, i più dimenticati.
Tra i carcerati ci sono uomini e donne, adulti e minori.
Tra i carcerati ci sono i tossicodipendenti, i malati di AIDS, che non ricevono un’adeguata assistenza sanitaria.
Tra i carcerati c’è chi è sposato, ha figli a carico, e vive con difficoltà il legame familiare.
Tra i carcerati molti sono stranieri: provengono da almeno 80 nazionalità diverse.
Tra i carcerati ci sono persone in attesa di espulsione: sono le persone recluse nei Centri di permanenza temporanea (CPT).
Tra i carcerati ci sono persone malate di mente: sono gli oltre 1200 detenuti negli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani.
Tra i carcerati, infine, c’è il problema della relazione umana e della comunicazione che investe anche la cultura delle persone recluse (accoglienza, rispetto, integrazione...).
Tutti attendono, comunque, un ‘segno’ che dica ‘Dio non si dimentica di te’, attraverso l’opera delle persone e delle istituzioni che amano l’uomo e la sua vita nonostante la colpa o nella colpa. Come Dio ha fatto per Caino, anche l’uomo detenuto e disperato ha bisogno di un ‘segno’ che permetta di ritornare al lavoro, di avere un figlio (e invece sono difficili i rapporti familiari), di costruire una città. Invece: 1 carcerato su 5 lavora, i rapporti con la famiglia sono difficili se non impossibili, la salute s’indebolisce anche sul piano psichico, il carcere è ‘fuori’ dalla città, lontano dal territorio, dai circuiti vitali che permettano una cittadinanza attiva. Da qui ripartono forse i nuovi ‘segni’ di giustizia e di misericordia, di liberazione.   

2. La  Caritas e i detenuti

Le Caritas diocesane in questi anni hanno sviluppato multiformi servizi per le persone detenute ed i loro familiari. Una recente indagine, come vedremo tra breve, conferma un proliferare d’iniziative sia all’interno delle carceri sia all’esterno. Dall’indagine si evince una maggiore capacità delle comunità cristiane di “visitare” i detenuti più che uno sforzo di liberali dalla necessità del carcere.

Il 95% delle Caritas diocesane svolge attività all’interno del carcere, solo il 40% anche all’esterno del carcere; tra le attività più frequentemente citate rientrano il “Colloquio, ascolto e sostegno personale” (50%) e le attività di “Segretariato sociale” (20%).

Attività interne al carcere

Colloquio, ascolto e sostegno personale Le attività di colloquio e sostegno sono quelle più diffuse tra le Caritas diocesane, anche se con alcune differenze relativamente alle modalità operative e al tipo di funzioni svolte. In alcuni casi, i colloqui sono realizzati all'interno ma sono in qualche modo anticipatori di una eventuale accoglienza in una struttura esterna gestita dalla Caritas o da realtà del volontariato/privato sociale ad essa riconducibili (es. Perugia-Città della Pieve). Sembra che non siano frequenti le attività di ascolto e sostegno orientate al reinserimento sociale e alla ricerca di lavoro (si tratta della pratica delle cosiddette "dimissioni guidate"). In alcuni casi, le attività nel carcere sono realizzate attraverso uno stretto rapporto di fiducia e collaborazione con il cappellano, che gestisce in prima persona le attività di ascolto e sostegno, mentre la Caritas offre la possibilità di aiuti materiali o altre forme di supporto. E' il caso di Saluzzo e di Tortona, dove la Caritas è in contatto con il cappellano e tramite questa figura aiuta economicamente le attività promosse dal Collettivo Verde, una esperienza associativa avviata da un gruppo di detenuti, sulla spinta di un ergastolano.
2.2. Segretariato sociale
In altri casi, le attività sono orientate ad offrire servizi in forma di “sportello di segretariato      sociale”, orientamento nelle pratiche amministrative e nel rilascio di documenti/certificati, ascolto dei bisogni, ecc. (Pisa, Livorno, Catanzaro-Squillace, Matera-Irsina). Alcune Caritas diocesane (è il caso di Alba) hanno differenziato il tipo di intervento, prevedendo un doppio binario di impegno: da un lato, viene offerto un incontro con le persone e un aiuto per venire incontro alle esigenze della persona detenuta e per facilitarne l’inserimento nel carcere: lo scopo di questa attività è "insegnare a come stare in carcere", tenendo conto della particolare realtà dell'istituzione totale e della sua azione deformante a livello psicologico; allo stesso tempo, la Caritas ha avviato una serie di iniziative per il tempo libero (biblioteca, sport, cineforum ecc.). Anche a Firenze la Caritas diocesana promuove attività di segretariato sociale, individua i detenuti da inserire nel percorso di avviamento lavorativo e procura anche stage in azienda e sensibilizzando gli imprenditori al tema.

2.3 Attività formative, educative e scolastiche
In questo settore, l'attività delle Caritas diocesane sembra orientarsi su due livelli: ad un primo livello (il più diffuso dal punto di vista statistico), le attività di recupero scolastico sono offerte a titolo individuale, in funzione di richieste e bisogni individuali (in modo particolare ai detenuti stranieri). Ad un secondo livello, sono invece comprese attività più complesse e strutturate, come quella avviata da Massa Marittima-Piombino, che sta promuovendo diverse esperienze in questo settore, tra cui corsi di alfabetizzazione per stranieri (anche a Catanzaro-Squillace) e una interessante esperienza di scuola interna gestita da volontari (si tratta di una sezione di Liceo Scientifico in carcere, unico esempio del genere in Italia). Vi sono poi i corsi di informatica organizzati dalla Caritas diocesana di Catanzaro-Squillace e di teatro dalla Caritas diocesana di Matera-Irsina.

2.4 Attività culturali e artistiche
Alcune Caritas diocesane hanno organizzato attività teatrali e una (Rieti) organizza degli incontri di lettura del giornale e discussione sui fatti del giorno.

2.5 Mondo dell’informazione
Caritas Italiana e il quotidiano “Avvenire” hanno promosso una iniziativa in tutte le carceri italiane: un abbonamento gratuito al quotidiano e alla rivista “Italia Caritas”. Un'iniziativa che è stata salutata con favore dai direttori degli istituti di pena: «L'accrescimento culturale è una delle mete del reinserimento sociale e il collegamento tra la vita reale e la realtà detentiva intramuraria», ha commentato uno di loro. «Quotidiani e riviste sono una finestra sul mondo esterno», ha aggiunto un altro. «Siamo certi che la lettura dei mezzi di informazione inviati potrà ampliare lo spazio del pluralismo dell'informazione all'interno dell'istituto», ha sottolinea un terzo responsabile di un istituto di pena. L'intenzione è di dar corpo alla conversione culturale - auspicata dagli orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio in corso - «in modo che il Vangelo sia incarnato nel nostro tempo per ispirare la cultura e aprirla all'accoglienza integrale di tutto ciò che è autenticamente umano». Sempre nel campo dell’informazione si segnalano altre iniziative: il corso di giornalismo che la Delegazione regionale Caritas della Calabria promuove nel carcere di Rossano. Vi è stata installata una vera e propria redazione del mensile «Calabria Caritas», con lezioni teoriche e pratiche affidate alla direttrice del periodico e ad un giornalista. La Caritas diocesana interviene attivamente nella produzione di un giornale dei detenuti a Livorno: l'attività è seguita con l'ausilio di un giornalista della stampa cattolica locale.

2.6 Attività di tipo religioso
Non mancano poi attività di carattere strettamente religioso, coincidenti in massima parte con la preparazione delle celebrazioni di culto, con il catechismo o con altre forme di attività religiosa gestite a volte in forma diretta dal direttore Caritas in quanto coincidente con la figura del Cappellano. Il Giubileo dei detenuti è stato spesso citato da alcune Caritas come un’occasione positiva di organizzazione di diversi momenti sia all'interno che all'esterno degli istituti: accompagnamento del vescovo in carcere di rappresentanti di Associazioni esterne (Ivrea), momenti di riflessione nelle chiese della diocesi per gli operatori del carcere, agenti di custodia, educatori, giudici, avvocati (Ivrea); animazione della Messa in carcere (secondo orari e modalità fissate in modo da non sovrapporsi al ruolo dei cappellani (Ascoli Piceno).

2.7 Attività manuali e produttive
Due Caritas (Catanzaro-Squillace e Civitavecchia-Tarquinia) segnalano la presenza di attività produttive con relativa vendita dei manufatti (composizione fiori, realizzazione icone, presepi). Anche nella diocesi calabrese di Mileto-Nicotera-Tropea il progetto «Alfa» prevede di realizzare un laboratorio di ceramica per i detenuti. Una Caritas (Roma) ha progetti di tipo lavorativo all’interno del carcere, con la nascita di una cooperativa di lavoro in con la collaborazione della Tim.

Distribuzione beni primari

E’ un’attività consueta in molte Diocesi, che vede l’attenzione soprattutto ai detenuti stranieri e senza una famiglia di riferimento.

Attività all’esterno del carcere
All’esterno le attività più frequentemente realizzate sono i servizi di accoglienza per ex-detenuti, famiglie e detenuti in semilibertà (23%) e le attività di inserimento lavorativo per ex-detenuti e detenuti in semilibertà (21,7%).

2.10 Servizi di accoglienza
Si tratta di servizi dove si accolgono le persone, offrendo non soltanto una disponibilità di alloggio, ma anche la disponibilità a mettersi a fianco per un percorso d’accompagnamento.
Una classificazione dei servizi di accoglienza esistenti può essere così strutturata:
comunità di accoglienza Sono esempi di questo tipo la Comunità di Montemorcino (Perugia-Città della Pieve), il Centro di accoglienza "Casa Paci" (Pesaro) e le due comunità protette per semiliberi e detenuti in permesso della Caritas docesana di Alba. Nel primo caso si tratta di detenuti in semi-libertà che lavorano all'esterno, presso la stessa comunità; nel secondo caso si tratta di una casa di accoglienza per ex-detenuti (in entrambi i casi la gestione è affidata ad una cooperativa sociale). Nel caso della comunità di Alba, la gestione è della Caritas: sono presenti detenuti in semi-libertà nelle ore libere dal lavoro, prima di rientrare in carcere. Si tratta di due strutture d’accoglienza in mini-locali offerti dall’Amministrazione comunale (comodato gratuito e affitto). Sia nel caso dei semi-liberi che nel caso dei soggetti in affidamento ai servizi sociali, i soggetti non avrebbero potuto beneficiare di tali misure senza un luogo idoneo alla loro residenza. Nelle case circondariali di Vicenza e Padova è attivo dal 1989 il progetto «Jonathan» della Caritas diocesana di Vicenza: si provvede all’alloggio presso l’Istituto San Gaetano per facilitare percorsi di reinserimento nella società.
case di accoglienza: secondo diverse tipologie: vi sono case di accoglienza gestite direttamente dalla Caritas, con lo scopo di accogliere gratuitamente i familiari dei detenuti (Livorno, Roma) oppure case di prima accoglienza per detenuti in permesso premio. E' importante osservare che in quest'ultimo caso l'inserimento dei detenuti avviene in collaborazione con il Centro Servizio Sociale per Adulti (CSSA) dell’Amministrazione penitenziaria e che in genere la maggioranza dei permessi premio ha un esito positivo.
gruppi-appartamento: a Milano la Caritas diocesana ha promosso con il Comune una rete di associazioni e cooperative, «Un tetto per tutti», che mette a disposizione 50 posti in 23 appartamenti in città e nell’hinterland. Si aggiungono altri due posti letto presso «Casa Abramo» di Lecco. Anche in altre Diocesi sono stati promossi gruppi-appartamento per l’accoglienza di famiglie e detenuti (Orvieto-Todi e Massa Marittima-Piombino).

2.11 attività di sensibilizzazione
Le attività di sensibilizzazione all’esterno si svolgono di norma presso parrocchie, scuole; insegnanti di religione cattolica, ecc.. In genere tali iniziative sono realizzate in modo informale, sulla base di contatti con singoli professori, e non con accordi formali con le Istituzioni scolastiche.

2.12  Attività nei Centri di Ascolto
Ampio è il sostegno che anche ai carcerati può fornire la rete  dei Centri d’ascolto Caritas.
L’ultimo monitoraggio (relativo al 2005) ha evidenziato come 17.203 persone si sono rivolte a 241 CdA di 147 diocesi (66% del totale), di 16 regioni ecclesiali e 19 regioni civili
La maggioranza delle persone (tra cui anche molti detenuti) si è rivolta ai CdA per chiedere in particolare beni e servizi materiali per far fronte alle necessità quotidiane, lavoro e sussidi economici.
Nello specifico in alcune Diocesi (Pisa, Torino, Brescia), una serie di attività nell'ambito del carcere sono realizzate nella dimensione del Centro di Ascolto diocesano o parrocchiale. Ad esempio, a Pisa, due volte la settimana (10.00-13.00) è disponibile un volontario per l'ascolto di detenuti, detenuti in permesso, ex detenuti, familiari di detenuti. Nel caso invece della Caritas diocesana di Torino, al centro dell’attenzione è il Centro di Ascolto Caritas del territorio di riferimento. L'ex-detenuto si rivolge al Centro di Ascolto, sottopone il problema che può essere di indigenza, abitativo, di ricerca lavoro e il Centro si attiva per i canali consueti, indipendentemente dalla sua qualifica di ex detenuto. I Centri di Ascolto si sono attrezzati per fornire vestiario e beni primari, accompagnare la prima uscita del carcerato "in modo tale che non sia smarrito, non sia abbandonato a se stesso". La Caritas diocesana di Brescia ha seguito invece un modello simile a quello di Pisa, con uno “Sportello aperto” (8.00-12.00 e 14.00-18.00, dal lunedì al venerdì), per risolvere i problemi di chi è uscito dal carcere e deve reinserirsi nella società.

2.13 Contatto con giudici e altri attori della Giustizia
Almeno due diocesi (Pisa e Massa Marittima-Piombino) svolgono e promuovono attività di contatto con giudici, avvocati, servizi sociali e attività di sensibilizzazione delle istituzioni locali sul tema del carcere.

2.14 Promozione di associazioni, cooperative, ecc.
La promozione di associazioni e cooperative sociali è segnalata in almeno 4 diocesi (Perugia-Città della Pieve, Massa Marittima-Piombino, Livorno e Saluzzo). In tutti i casi la Caritas ha svolto un ruolo fondamentale di sostegno (sede, operatori, spese vive, ecc.)

2.15 Attività di formazione
Vanno comprese in questa tipologia le attività di formazione che gli operatori delle Caritas diocesane svolgono a favore di soggetti terzi (Massa Marittima-Piombino e Como).

2.16  inserimento lavorativo
Alcune Caritas diocesane hanno sviluppato un impegno specifico sul tema dell'inserimento lavorativo. Ad esempio, la Caritas diocesana di Torino ha avviato, da un lato, dei contatti con alcune cooperative sociali del territorio, a cui è possibile fare riferimento per inserimenti individuali a seconda delle disponibilità, mentre dall'altro può fare riferimento alle Borse di Formazione-Lavoro dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro. In due casi, l'inserimento lavorativo avviene a favore dei semiliberi e presso contesti promossi direttamente dalla Caritas (è il caso della Cooperativa Secomart di Perugia e della Caritas diocesana di Alba). La stessa Caritas diocesana di Alba  usufruisce della collaborazione di un volontario, consulente del lavoro, che ha offerto la propria disponibilità il sabato dalle 9.00 alle 12.00 per ascoltare i problemi di lavoro di persone con problemi di giustizia. Grazie all'attività del consulente del lavoro, alcune cooperative sociali si sono rese disponibili per l'inserimento di persone con problemi di giustizia. Inserimento lavorativo e attività ludiche vengono offerti anche dalla diocesi di Bolzano-Bressanone con il progetto «Odos. Viaggio come cambiamento». Dal 1999, 24 ore su 24, l’attività viene condotta con percorsi personalizzati secondo le esigenze di ogni ospite. È in cantiere il trasferimento in una struttura più ampia, acquistata dalla Provincia e data in gestione alla Fondazione Odar (Opera diocesana di assistenza religiosa). I partner del progetto sono i servizi sociali. Incontri di formazione e sensibilizzazione hanno visto come destinatari i Consigli pastorali parrocchiali.

2.18  attività varie
Sono inoltre individuabili una serie di attività differenziate:
- in supporto e aiuto per i semiliberi, la Caritas diocesana di Saluzzo ha siglato un accordo con il Centro Servizio Sociale per Adulti ed è stata autorizzata a rilasciare una piccola somma come prestito ai detenuti in semi libertà, che non hanno ancora un'autonomia economica. Allo stesso tempo, la Caritas diocesana si attiva per risolvere il problema alloggiativo.
- ad Avellino, la Caritas diocesana ha promosso 4 attività differenziate, con la collaborazione di un gruppo di volontari e alcuni operatori retribuiti (grazie alle opportunità offerte dal Protocollo d'intesa siglato a Napoli tra l’Amministrazione penitenziaria e la Regione Campania):
"Misura alternativa", che prevede l'uscita guidata di 15 detenuti per l’inserimento in aziende agricole;
"Verde spontaneo", che consiste nell'impiego dei detenuti nella raccolta dell'erba;
"Abito qui", che consiste nella raccolta di indumenti;
"Raccolta della carta di ufficio".
Il volontariato e il carcere
La consistenza numerica dei gruppi di volontariato carcerario promossi dalle Caritas diocesane è molto variabile: si va dal piccolissimo gruppetto di persone fino alle realtà più strutturate, che contano anche 150 volontari (Roma). Nel complesso, riprendendo i dati dell’ultimo censimento delle opere socio-assistenziali ecclesiali, che ha analizzato 92 servizi, parliamo di 1628 volontari, ci cui 1551 laici e   77 religiosi.
E’ un dato significativo quello del volontariato ecclesiale, anche raffrontato al totale dei volontari che entrano in carcere, stimato in 7.000 persone. La conferenza volontariato e giustizia, di cui Caritas Italiana è stata tra i fondatori, è il più importante organismo di coordinamento del volontariato in ambito della giustizia in Italia.
‘Liberare la pena’: prospettive di un lavoro che continua
L’impegno pedagogico e culturale delle Caritas in Italia dovrebbe svilupparsi maggiormente attorno ai temi della pena e della giustizia, per non appiattirsi sul dibattito odierno, che parla sempre più di certezza della pena, di sicurezza, di pene alternative premiali, di costruzioni di nuove carceri.
In questo senso va il sussidio ‘Liberare la pena’ pubblicato da Caritas Italiana (Bologna, EDB, 2004). Il testo intende  tracciare un percorso pastorale che abiliti ad una maggiore progettazione territoriale che non solo sensibilizzi a una cultura della pena alternativa alla detenzione, ma anche aiuti concretamente a costruire ‘storie di liberazione’ dentro e fuori dal carcere. Accanto a ciò, è necessaria un’azione più ampia di riflessione su strumenti amministrativi e legislativi che facilitino nel territorio, e quindi anche nelle comunità ecclesiali, l’intervento sui conflitti a rilevanza penale, cioè all’incontro gli autori dei reati e le vittime. In caso contrario, ci troveremmo a promuovere esperienze residuali e di tipo premiale che mancano però di sapore profetico.
La credibilità delle nostre proposte di solidarietà nasce da una consapevolezza di responsabilità condivisa dalla società, capace di dialogare anche con le giuste esigenze di sicurezza sociale, sempre aperta alla tutela dei diritti fondamentali della persona. L’esperienza italiana di ‘liberazione’ dei detenuti con proposte ‘alternative’ è un segno che in Europa e nel mondo può contribuire a costruire una cultura della pena alternativa.

 

L'INSERIMENTO SOCIALE E LAVORATIVO DEGLI EX DETENUTI

I limiti delle pene accessorie

RAPPORTO DI RICERCA

ANTIGONE ONLUS

PREMESSA (CLICCA PER LEGGERE L'INTERO ARTICOLO)

Tra i tanti profili di discussione relativi ai futuribili e auspicabili miglioramenti del sistema sanzionatorio penale, accanto a profili assai discussi e, invero, assai discutibili, come la  previsione automatica di sanzioni alternative al carcere, un posto finora meno considerato ma, in  realtà, cardinale, deve spettare al tema delle sanzioni interdittive o preclusive.
Si vuol alludere alla previsione, tra le conseguenze del reato, di conseguenze consistenti nel divieto di svolgere determinate attività, assumere determinati ruoli, utilizzare certi beni. Se la finalità della pena è – e non vi è dubbio che lo sia – quella di limitare il rischio di commissione di reati, possibilmente attraverso percorsi rieducativi, tale tipo di sanzione si appalesa ipoteticamente assai utile. In effetti non sono pochi i reati per i quali adeguato effetto preventivo rieducativo si può ottenere più che (o, eventualmente, oltre che) con l’applicazione di restrizioni della libertà personale (in carcere o meno), con la preclusione della possibilità di ricreare le occasioni delittuose.
In questo senso, la pratica della esecuzione penale e lo sviluppo delle prescrizioni interdittive nel contenuto delle misure alternative disposte dalla Magistratura di Sorveglianza dimostra che buon esito hanno, ad esempio, sanzioni o prescrizioni come il divieto di guida e la revoca della patente (ed eventualmente la confisca del veicolo) per gli autori di incidenti stradali, la preclusione dall’amministrazione, manifesta o dissimulata, di imprese per chi commette reati commerciali, e così via.
Tali misure possono assumere un notevole tasso di efficacia purché rispettino il canone  fondamentale della adeguatezza e proporzionalità. Si tratti cioè di misure preclusive ritagliate sulla pericolosità concreta del soggetto e correlate all’orientamento specifico della stessa. Non altrettanta efficacia hanno infatti sanzioni automatiche e, soprattutto, non orientate a “correggere” la pericolosità specifica del condannato.
Se, ad esempio, ha senso precludere l’apertura di una azienda a un bancarottiere, ne ha assai meno precludere l’iscrizione alla camera di commercio a un condannato per reati stradali o inosservanza degli obblighi familiari.
L’adeguatezza, proporzionalità e flessibilità delle sanzioni interdittive è un valore di grande efficacia per i fini rieducativi e preventivi della pena. L’assenza di tali requisiti rischia invece di tradursi in un paradossale fattore criminogeno poiché rischia di precludere percorsi rieducativi a chi potrebbe svolgerli e li avrebbe a portata di mano. Come per ogni cosa, anche per le sanzioni interdittive, insomma, deve valere il principio della applicazione ragionevole, in esito a condivise considerazioni criminologiche.
Alla luce delle considerazioni precedenti, l'obiettivo della presente ricerca è la verifica l'impatto delle pene accessorie, ipotizzando che esse, limitando o vietando l'accesso ad alcuni settori professionali, condizionino in modo determinante l’inserimento lavorativo e sociale degli ex detenuti, riducendo significativamente gli ambiti e le possibilità di tale reinserimento. A tale fine, gli ambiti di indagine affrontati dalla ricerca vengono presentati in quattro distinti capitoli.Il primo capitolo delinea i contenuti e le funzioni delle pene accessorie previste dal codice penale ed il quadro giuridico entro il quale esse vengono applicate. Il secondo capitolo affronta il tema delle carriere devianti e delle esperienze lavorative in carcere. Attraverso lo strumento dell’intervista somministrata ad alcuni ex detenuti, è stato, in primo luogo, possibile ricostruirne i percorsi criminali analizzando l’evoluzione della carriera deviante e verificando quali reati siano stati commessi con maggiore frequenza. In secondo luogo, è stato possibile approfondire il tema relativo alle chance professionali ricevute durante la pena detentiva, grazie all’istruzione ed al lavoro all'interno del carcere, ed i punti di vista degli operatori sociali e dei datori di lavoro circa il successo dell'inserimento. Nel terzo capitolo sono stati argomentati gli aspetti funzionali del reinserimento sociale e lavorativo degli ex detenuti. In primo luogo sono state descritte le tappe che il detenuto deve affrontare a fine pena: la disponibilità di un’abitazione, la riconciliazione con la famiglia, l’adattamento a un nuovo stile di vita ed il sostegno nella ricerca di un’occupazione. In secondo luogo è stato ricostruito il lavoro di rete effettuato a sostegno agli ex detenuti, osservando come operano volontari ed operatori per la progettazione del rientro in società e le motivazioni che
inducono gli imprenditori ad assumere persone uscite dal carcere. In terzo luogo si è cercato di comprendere le caratteristiche della formazione professionale e lavorativa posseduta dagli ex detenuti presenti nel campione di ricerca: livello di istruzione, formazione ricevuta durante la detenzione, esperienze precedenti alla condanna e lavoro attuale. Nel quarto capitolo sono stati presi in esame gli aspetti problematici del reinserimento nel tessuto sociale, rappresentati, da un lato, dal concreto impatto esercitato nel percorso di reinserimento sociale dell’ex detenuto dagli ostacoli giuridici e dal fenomeno dell’etichettamento sociale.

 

RAGAZZI "FUORI" ADOLESCENTI E PERCORSO PENALE

RAGAZZI "FUORI"

(clicca per aprire il pdf)

Adolescenti e percorso penale. Pratiche di accoglienza nelle comunità socioeducative.

a cura di Marina Camonico

Comunità Edizioni

Ultimo aggiornamento (Lunedì 08 Novembre 2010 13:06)

 

Indulto e misure alternative al carcere hanno ridotto drasticamente i crimini in Italia


di Roberto Malini
La ricerca rivela che nel caso di detenuti per la prima volta, spesso giovanissimi, la recidiva è scesa del 90 per cento.
E' importante, inoltre, rilevare che se il governo Prodi aveva condotto l'Italia a uno dei più bassi indici di criminalità nell'Ue, oggi assistiamo a un'escalation fuori controllo che riguarda tutti i reati: omicidi, stupri, violenze e reati contro il patrimonio. La carcerazione produce criminalità, mentre le misure alternative e provvedimenti come l'indulto sono rimedi efficaci per combatterla. Il Gruppo EveryOne promuove da tempo soluzioni diverse dal carcere, mirate non a punizioni sproporzionate per chi commetta reati, ma al reinserimento sociale.
Quando un cittadino si trova catapultato nell'inferno carcerario, dove la sua individualità e i suoi diritti umani sono annientati e solo la legge del più forte consente di mantenere la propria dignità e la propria volontà di riscatto, pericolose trasformazioni avvengono nella sua psiche, che inizia ad assorbire odio, frustrazione e sentimenti di rivalsa. E' una metamorfosi inevitabile, che blocca qualsiasi processo di redenzione, annulla i
sentimenti positivi del detenuto e innesca in lui una vera e propria inimicizia nei confronti della società. Questo fenomeno è acuito dalle violenze quotidiane subite dagli internati, sia da parte di altri detenuti, sia da parte delle autorità che dovrebbero vegliare sul quieto vivere all'interno degli istituti di pena. La privazione della libertà, inoltre, è all'origine di una pratica assai diffusa, che oltre il 50% dei giovani detenuti subisce, senza denunciarla a causa della vergogna: lo stupro e la costrizione a umilianti pratiche sessuali. Un ragazzo oggetto di stupro e di torture che distruggono la sua personalità e la sua dignità umana diviene psichicamente instabile e non è raro che a propria volta, per un distorto istinto di rivalsa, divenga uno stupratore e un violento*. Ma in generale, la personalità di detenuti di sesso maschile e femminile, giovani e meno giovani, subisce - nelle condizioni sempre inumane cui costringe la vita carceraria - traumi che ne alterano irreversibilmente la capacità di relazionarsi con la società. Sia nei Paesi in cui vigono regimi che nelle democrazie, si deve rilevare che la giustizia si trova ancora in una fase medievale e non è mai riuscita ad evolversi in funzione delle ricerche e degli studi statistici. Di fatto, funziona come una religione integralista e si propone ai cittadini come un'alternativa infernale al "paradiso" della libertà, paventando orrori e incubi a chi trasgredisca la legge, come nei dipinti di Hieronymus Bosch. Questa giustizia inquisitoria, che accetta ancora, più o meno subliminalmente, la tortura, la castrazione, la mutilazione, l'annientamento della personalità, la violenza sessuale ignora - proprio per la sua natur asadicamente "cultuale" - l'uso della clemenza quale "deterrente positivo" al reiterarsi di infrazioni della legge. Siamo convinti che il carcere sarà abolito, quando la comunità umana avrà superato la propria "età del ferro", già prefigurata da Esiodo nell'VIII secolo a.C. e caratterizzata dal capovolgimento dei valori umani, civili e culturali, in nome di un Ordine rappresentato in realtà dalla più feroce espressione della legge del più
forte, senza alcuno spazio al valore socialmente taumaturgico della compassione. In Italia questo fenomeno irrazionale, disumano e perverso è particolarmente grave e diffuso endemicamente su tutto il territorio nazionale.
Con questa premessa introduciamo i risultati emersi al convegno di studi sulle politiche di prevenzione svoltosi al carcere "Due Palazzi" di Padova. Risultati che contrastano con la propaganda politica, praticamente in ogni aspetto riguardante le misure carcerarie e quelle alternative. In relazione al provvedimento dell'indulto attuato dal governo Prodi, i dati sono chiari, come ha ricordato il sociologo del diritto Giovanni Torrente: "L'opinione pubblica si è convinta che l'indulto sia stato un fallimento, ma lo studio dei tassi di recidiva dei detenuti rimessi in libertà ci dice l'esatto contrario: sono scesi al 27 per cento, contro il 68 per cento riferibile al periodo di sette anni precedente l'indulto.
Si tratta di un calo superiore al 50%". I dati forniti dal professor Torrente provengono dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), che rappresentano la fonte più completa di informazioni relative ai 44.944 detenuti che hanno beneficiato dell'indulto. Se li si legge correttamente, risulta evidente che senza tale misura, il numero di reati commessi da carcerati giunti al termine della pena senza sconti sarebbe stato decisamente superiore e che dunque l'indulto ha scongiurato un numero considerevole di omicidi, stupri, violenze e crimini contro il patrimonio. Un altro dato che contraddice la propaganda è quello relativo ai beneficiari di misure alternative alla detenzione, come la semilibertà o l'affidamento ai servizi sociali: in tali casi la recidiva scende in misura ancora più netta, raggiungendo appena il 18 per cento.
Un dato inattaccabile, poiché verificato su un campione di 7.615 beneficiari di misure alternative, su un totale di 17.387 individui. La recidiva peggiora drammaticamente con la carcerazione. Riguardo ai detenuti per la prima volta, spesso giovani o giovanissimi, l'indulto ha fatto diminuire il tasso di recidiva all'11,8 per cento: un dato che dovrebbe essere tenuto presente da chi ha scelto demagogicamente e irresponsabilmente di abbandonare la via delle misure alternative alla prigione. "Nove su dieci detenuti novelli," riferisce Torrente, "non hanno fatto in tempo ad assimilare gli effetti negativi della detenzione, che li avrebbero incastrati in quelle dinamiche tipiche del carcere che in genere
portano a introiettare comportamenti devianti e a perdere il contatto con le logiche del mondo libero".
Vi è un altro dato che suona come una condanna per i giustizialisti e i fautori - per incompetenza e pregiudizi - di recidive criminali: sul totale del 27 per cento di recidive, gli stranieri hanno un tasso inferiore rispetto agli italiani: il 19,8 per cento. "E' un dato che ci dice molto sulla nostra tendenza a identificare lo straniero con il delinquente," spiega Torrente, "un dato che non deve sorprendere, perché vi è stata quella che in sociologia si chiama 'costruzione del panico morale'. Infatti, prima i media, poi i singoli politici e successivamente il mondo politico nel suo complesso, fino a includere molti degli stessi che l'avevano votato, hanno continuamente gettato discredito sul provvedimento di indulto, fino al punto che è entrato nel senso comune l'idea che l'indulto sia stato un fallimento".
Sorprende, ovviamente, che la "sinistra" non abbia smentito i rivali politici riguardo a tale propaganda e anzi abbia improvvisamente mutato rotta, abbandonando le politiche moderne ed efficaci che avevano portato l'Italia, durante il governo Prodi, a uno dei più bassi indici di criminalità nell'Unione europea, seconda solo - e di poco - alla Norvegia.
Stravolgere l'organizzazione delle forze dell'ordine, seminare panico sociale, emanare continui ed insensati decreti sulla sicurezza, introdurre misure di repressione delle minoranze e delle libertà individuali ha portato a una nuova escalation dei fenomeni di devianza sociale, riconducendo l'Italia in una giungla di conflitti e paure, in cui gli eventi criminosi toccano ogni mese record negativi sempre nuovi, senza che alcuna voce politica o civile - se si eccettua il Gruppo EveryOne, i Radicali e poche organizzazioni per i Diritti Umani - lo denunci.

 

Le condizioni carcerarie in Italia

 Di Carmelo Musumeci [carcere di "Italia Centrale"]
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha recentemente condannato l’Italia per trattamenti disumani e degradanti a cui sono sottoposti i detenuti nel nostro Paese.
Tutti quelli che pensano che il carcere sia un male necessario, specialmente questo tipo di prigione che c’è in Italia, sono come coloro che pensavano che era il sole che girava intorno alla terra.
Il carcere, in qualsiasi parte del mondo, non dà risposte, il carcere è una non risposta.
Non si dovrebbe andare in carcere, ma se ci si va, non si dovrebbe trovare un luogo disumano e fuorilegge, come nelle patrie galere italiane.
Un luogo dove le persone vengono rinchiuse come in un canile e spesso abbandonate a se stesse.
La pena, in qualsiasi parte del mondo, non dovrebbe produrre vendetta, ma perseguire il fine di riparare e riconciliare.
Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità potrebbe restituire alla società cittadini migliori.
Invece le prigioni in Italia, settimo paese più industriale e avanzato nel mondo, produce solo sofferenza, ingiustizia e nuovi detenuti.
Ed è il posto dei poveri, dei tossicodipendenti, degli extracomunitari e degli avanzi della società.
Inoltre, per i detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis, è anche il luogo dove gli esseri umani trascorrono anni e anni della loro vita senza vivere.
I prigionieri sottoposti a questo regime rimangono chiusi in cella nell’inattività, nella noia, nella mancanza di qualsiasi contatto con il mondo esterno, ventidue ore su ventiquattro.
I detenuti sottoposti al “carcere duro” non possono abbracciare e toccare i propri familiari, alcuni anche da diciotto anni.
Vivono in un sostanziale isolamento e con una barriera di plastica nelle loro finestre per impedire loro di vedere il cielo, le stelle e la luna.
Il carcere nel nostro paese produce morte ed è altissimo il numero dei detenuti che per non soffrire più, o perché amano troppo la vita, se la tolgono, più di 50 dall’inizio di quest’anno.
E poi solo in Italia, non in Europa e non nel resto del mondo, esiste una pena che non finisce mai: “La Pena di Morte Viva”, l’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio, se al tuo posto non metti un altro in galera.
Niente è più crudele di una pena che non finirà mai, perché questo tipo di ergastolo uccide una persona in maniera disumana.
L’ergastolano italiano ostativo ha solo la possibilità di soffrire, invecchiare e morire.
E non avere più futuro è molto peggio di non avere vita, perché nessuno può vivere senza avere la speranza di libertà.
Non può una persona essere colpevole per sempre.
È inumano che una persona continui a essere punita per un reato che ha commesso venti/trenta anni prima.
I sogni nei carceri muoiono. E spesso muoiono prima i prigionieri che riescono ancora a sognare, perché è l’unico modo che hanno per realizzare i loro sogni.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, novembre 2010

 

ESCE OGGI PER LE EDIZIONI GRUPPO ABELE «DI GIUSTIZIA E NON DI VENDETTA»

DI LIVIO FERRARI, FONDATORE E DIRETTORE DEL CENTRO FRANCESCANO DI ASCOLTO DI ROVIGO. UN'ANALISI DELLA CONDIZIONE DELLE CARCERI ITALIANE VISTE DA CHI SI SPENDE DA ANNI PER I DIRITTI DELLE PERSONE DETENUTE. LE STORIE, I DUBBI E LE PROPOSTE AFFINCHÉ LA DETENZIONE TORNI AD ESSERE UNO STRUMENTO DI RIEDUCAZIONE E NON DI PUNIZIONE.
INTERVISTA ALL'AUTORE.

Il tuo libro nasce dall'esperienza personale di volontariato nelle carceri italiane e dal tuo impegno per i diritti dei detenuti.
Eppure proprio sul mondo del volontariato in carcere sollevi una serie di obiezioni...
Il volontariato in carcere oggi troppo spesso limita ad una funzione "missionaria" la propria presenza al fianco del detenuto. Ne accoglie i tormenti e le difficoltà, e spesso provvede anche alle sue esigenze materiali, come gli indumenti, supplendo a un servizio che dovrebbe assicurare lo Stato. Ma proprio così finisce, suo malgrado, per diventare un "sedativo" delle tensioni e delle violenze del carcere, per "narcotizzare" il sentimento di ribellione che tutti dovremmo provare per le condizioni disumane in cui versano i detenuti in Italia: centocinquanta morti da inizio anno, oltre cinquanta suicidi. Quando nel 1998 fondammo la "Conferenza nazionale volontariato e giustizia" lo facemmo con l'obiettivo di avere un ruolo politico e sindacale sul tema del carcere e della giustizia in Italia, e furono firmati due importanti protocolli con il Ministero della Giustizia sui temi della detenzione minorile e delle misure alternative. Successivamente, però, la voce delle associazioni di volontariato si è fatta sentire sempre meno, proprio oggi che è più necessario denunciare.
Nelle carceri italiane, sovraffollate, le celle si riempiono di persone povere e fragili - in gran parte immigrate e tossicodipendenti - che spesso scontano pene per reati di lieve entità. Come si è arrivati a questo punto?
La globalizzazione, con il suo consumismo e le sue disuguaglianze economiche e sociali lascia fatalmente indietro le persone più fragili. Chi sta ai margini diventa invisibile, o reso tale dalla reclusione. È la logica coltivata da una politica più attenta al penale che al sociale. Lo dimostrano, tra le altre cose, le tante ordinanze che si accaniscono sulle persone più fragili col pretesto del "decoro" delle città. Poi certo ci sono leggi che contribuiscono a riempire il carcere di persone che vivono ai margini, come la Bossi-Fini e il "pacchetto sicurezza" per le persone migranti e la Fini-Giovanardi per le persone tossicodipendenti. Tutto questo, unito alla scarsa applicazione delle misure alternative al carcere, ci ha portato alla situazione attuale.
Il carcere in Italia è sempre più inteso come una punizione per chi ha commesso un reato anziché un luogo di riabilitazione, come prevede la Costituzione. Come invertire la tendenza?
Un primo nodo da affrontare è quello dei "giovani-adulti" in carcere. L'attuale ordinamento penitenziario prevede sezioni speciali per i giovani dai 18 ai 23-25 anni, affinché il loro percorso detentivo sia finalizzato alla formazione e alla possibilità, finita la pena, di una vita diversa. Queste sezioni però non ci sono, e dove esistono si riducono a mere divisioni di spazi fisici, mentre sarebbero necessari progetti specifici, integrati con il dipartimento di giustizia minorile. L'altro nodo è quello delle misure alternative al carcere, che spesso vengono concesse solo a chi ha disponibilità economiche per difendersi con maggiore efficacia in sede processuale. Un fronte ulteriore su cui impegnarsi è quello dei detenuti extracomunitari: quando irregolarmente presenti sul territorio, al termine della pena vengono allontanati, vanificando l'obiettivo di rieducazione e reinserimento sociale previsto dalla nostra Costituzione. Per consentire a queste persone di costruire un percorso di integrazione, sarebbe necessario garantire, dopo la pena, un permesso di soggiorno temporaneo: solo così permettiamo all'ex-detenuto di ricominciare una nuova vita nel Paese in cui nel frattempo ha instaurato dei rapporti e messo radici.

 

Riflessioni disordinate su carceri e volontariato  
 

giovedì 30 settembre 2010
di Ornella Favero
La “quasi mobilitazione” delle associazioni di volontariato a Roma per denunciare il disastro delle carceri. La necessità di andare oltre, in una Assemblea a porte chiuse per costruire finalmente una piattaforma comune.
Le riflessioni che sono in grado di fare sulla “Due giorni” di Roma, l’audizione in Commissione Giustizia della Camera il 23 settembre, il Sit in davanti a Montecitorio il 24 e, sempre il 24, il Coordinamento del “terzo settore carcerario” nella sede della Provincia, sono disordinate perché disordinato è il movimento che sta cercando, oggi, di dire la sua sulle possibili soluzioni al sovraffollamento, e però anche di andare oltre, e di creare dibattito più in generale sul senso della pena.
Parto da una considerazione sulle istituzioni, e più propriamente sul Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria: mi ha colpito, recentemente, il fatto che tutte le ultime circolari del DAP attribuiscano al volontariato un ruolo fondamentale: nel far fronte ai disagi del sovraffollamento, aiutare a rafforzare i legami famigliari dei detenuti, prevenire i suicidi. Certo, si potrebbe dire, un riconoscimento che abbiamo voluto e cercato, ed è senz’altro così, ma io ci vedo qualcosa di più: una situazione così degradata, che i volontari improvvisamente si ritrovano a fare i conti con una responsabilità esagerata, e dei compiti per i quali forse non hanno neppure le competenze giuste.

D’altra parte, i volontari nelle carceri ci stanno anche troppo, nel senso che troppo spesso si arroccano nel loro ruolo di sostegno “materiale e spirituale” dei detenuti e faticano a uscirne per portar fuori delle proposte, e per far pesare la loro forza a un livello più politico.

 

Il 23 e il 24 settembre un “cartello” di realtà che operano in carcere ha provato a proporre una due giorni di iniziative che mettessero insieme un po’ tutti per denunciare lo stato di degrado delle carceri e la desolante assenza di interventi risolutivi da parte della politica. Il merito di aver messo insieme questo cartello è in gran parte della Consulta penitenziaria di Roma, e del suo presidente, Lillo Di Mauro. I limiti evidenziati in queste iniziative vanno però analizzati, per capire come fare qualche piccolo, importante passo avanti.

 

23 settembre, audizione alla Commissione giustizia della Camera

 

La Commissione, presieduta da Giulia Bongiorno,  ci ha ricevuti e ascoltati. Il punto è che l’analisi di una situazione complessa come quella carceraria avrebbe bisogno di un dibattito lungo, serio e approfondito, in cui noi che operiamo da anni in questo settore potremmo dare un apporto importante. Mi viene in mente l’insediamento del ministro della Giustizia, e le sue prime proposte contro il sovraffollamento: braccialetti elettronici, espulsioni rapide per i detenuti stranieri.  Scrivemmo allora che erano proposte inconsistenti, sono passati più di due anni e ora l’hanno capito tutti. Però il tempo che ci viene dato in Commissione per esporre le nostre idee, e noi la competenza ce l’abbiamo eccome, è altrettanto inconsistente: meno di un’ora, tutto di corsa in un ascolto distratto. Interveniamo in otto rappresentanti di diverse realtà che operano in carcere, ognuno parla del suo settore, i bambini e le madri detenute, la salute, l’importanza di svuotare le carceri dai tossicodipendenti. La presidente Bongiorno ci chiede di lasciare le nostre proposte (per inciso, quando dico che sono responsabile di Ristretti Orizzonti, lei ribatte che conosce benissimo Ristretti e che sono molti i parlamentari che attingono informazioni dalla nostra news letter). Alla fine, mi resta l’amaro in bocca, la sensazione triste che delle carceri non gliene freghi niente a nessuno, ma penso anche ai nostri limiti: non abbiamo una piattaforma comune, degli obiettivi chiari, non siamo mai riusciti a condividere davvero una risposta seria e articolata al sovraffollamento, almeno delle parole d’ordine da “agitare” in tutte le situazioni in cui siamo presenti, e siamo anche in tanti.

 

24 settembre, ore 9, sit in davanti a Montecitorio

 

Il 24 mattina siamo in pochi davanti a Montecitorio, il lungo elenco di sigle che hanno aderito non si traduce in altrettante presenze in piazza. Una volontaria che arriva da Ancona dice scoraggiata “Purtroppo, noi restiamo sempre quelli delle mutande”. È una constatazione un po’ esasperata, ma ha del vero: i volontari non danno fastidio se tappano le falle che si aprono ogni giorno nel sistema, portando in carcere prodotti per l’igiene, vestiario, biancheria, e anche la loro presenza e la loro “assistenza” ai detenuti, ma di fastidio ne danno molto di più se l’assistenza si trasforma in un ruolo attivo nella tutela dei diritti delle persone detenute. Dei circa ottomila volontari carcerari però la maggior parte forse non intende fare il passo di “uscire dalle carceri”, magari “scioperare”, insomma diventare un soggetto attivo in questa battaglia per il “ripristino della decenza” dentro le galere. Per questo quando si tenta di passare a forme di intervento più organizzate e più politiche, come sit in, astensioni dalle attività in carcere, costruzione di una piattaforma di proposte comuni per riportare alla legalità la situazione carceraria, ci si trova in pochi con una sensazione di totale  impotenza.

 

24 settembre, ore 15.30 Coordinamento nella sede della Provincia

 
L’idea che si debba superare la frammentazione, anzi la polverizzazione delle iniziative e delle proposte del terzo settore per le carceri è stata il filo conduttore degli interventi, a partire da quello di Lillo Di Mauro, presidente della Consulta, a quello di Franco Uda dell’Arci, di Franco Corleone per Forum droghe, di Leda Colombini di A Roma insieme, di Elisabetta Laganà della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, dell’assessore alle Politiche sociali della Provincia di Roma Claudio Cecchini.

Ma si può fare concretamente qualcosa per uscire da questa situazione di “frenetico immobilismo” in cui le iniziative sono sempre tante, ma continuiamo a contare infinitamente poco?

 

Qualche proposta


Organizzare una Assemblea a porte chiuse. Due giorni di confronto serrato a cui partecipino associazioni, cooperative sociali, Garanti e altre realtà che si occupano di carcere, per arrivare a definire obiettivi di breve, medio e lungo termine, e fissare le priorità. A porte chiuse perché non deve essere il solito Convegno a cui  si arriva, si fa il proprio intervento e si torna a casa senza essersi confrontati su niente o quasi, no qui il dibattito deve essere franco, duro, serrato, ci si può anche scontrare duramente, ma si deve uscire dopo aver trovato una qualche forma di sintesi. Bisogna cioè, come suggerito da Franco Corleone, fare delle scelte e puntare con forza su alcune questioni che siano considerate dai detenuti stessi più importanti, per esempio salute, legge sugli affetti, percorsi per costruire alternative al carcere per i tossicodipendenti. Ma devono diventare temi davvero condivisi, portati avanti da tutti, con parole d’ordine chiare e la capacità di costruire iniziative forti sul territorio.

Solo con una piattaforma comune è possibile cercare di arrivare a un confronto serio con le forze politiche, comprese quelle dell’opposizione, ma anche diventare interlocutori credibili degli Enti Locali.

4 suicidi in cinque giorni, 2, 23, 26, 27 anni l’età di questi ragazzi che si sono uccisi di recente nelle carceri, dovrebbero farci capire che non c’è più tempo per “coltivare il proprio orticello”, e che continuare a fare ognuno la sua piccola, importante attività in carcere, senza però provare a contare di più insieme, è oggi IMPERDONABILE.
Fonte
www.ristrettiorizzonti.it

 
Altri articoli...