Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Giurisprudenza

Corte cost., ord. 7 marzo 2012, n. 46, Pres. Quaranta, Est. Silvestri (tutela dei diritti dei detenuti: ammesso il conflitto di attribuzione tra magistratura di sorveglianza e Ministro della giustizia)


Ammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Magistrato di Sorveglianza di Roma contro il Ministro della giustizia in ordine al rifiuto, da parte di quest'ultimo, di ottemperare a un provvedimento del Magistrato di Sorveglianza mirante a tutelare il diritto all'informazione, ex art. 21 Cost., dei detenuti in regime di 41 bis ord. pen.

[Mitja Gialuz]da penalecontemporaneo.it

Con l'ordinanza n. 46, depositata il 7 marzo 2012 e che può leggersi qui in allegato, la Corte costituzionale ha ammesso il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Magistrato di sorveglianza di Roma nei confronti del Ministro della giustizia. A seguito di reclamo presentato ai sensi degli artt. 35 e 69 ord. pen. da un detenuto nei confronti del provvedimento con cui il Direttore del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria aveva disposto che fosse preclusa, per tutti i detenuti sottoposti al regime dell'art. 41-bis ord. pen., nella Casa circondariale di Rebibbia, la ricezione dei programmi televisivi irradiati sui canali «Rai Sport» e «Rai Storia», il Magistrato di sorveglianza, dopo aver condotto il procedimento regolato dall'art. 14-ter ord. pen., aveva provveduto con ordinanza del 9 maggio 2011, stabilendo che l'oscuramento delle trasmissioni aveva effettivamente leso il diritto soggettivo dei detenuti ad essere informati, riconosciuto dall'art. 21 Cost. ed esplicitamente tutelato dagli artt. 18 e 18-ter ord. pen. Di conseguenza, aveva annullato il provvedimento dell'amministrazione, con l'ordine di ripristinare la possibilità per il reclamante di assistere ai programmi trasmessi sui canali indicati.

Per parte sua, l'amministrazione non aveva proceduto alla riattivazione del segnale di «Rai Storia» e di «Rai Sport»: invero, il Ministro della giustizia aveva disposto con decreto del 14 luglio 2011 la «non esecuzione» del provvedimento giudiziale adottato in esito al reclamo.

A seguito di un secondo reclamo, il Magistrato di Roma aveva promosso, nel novembre del 2011, conflitto di attribuzioni davanti alla Corte, lamentando una lesione delle attribuzioni costituzionalmente riconosciute al Magistrato di sorveglianza, quale giudice della tutela dei diritti soggettivi dei detenuti.

La Corte ha ammesso il conflitto, riconoscendo la sussistenza del requisito soggettivo e di quello oggettivo.

Per un verso, ha riconosciuto la legittimazione del Magistrato di sorveglianza, sulla scorta dell'indubbia natura giurisdizionale della funzione assolta dal magistrato di sorveglianza nell'ambito della procedura di reclamo attualmente regolata dagli artt. 69 e 14-ter ord. penit. Sul lato passivo, ha affermato la legittimazione esclusiva del Ministro della giustizia, quale titolare delle attribuzioni inerenti all'esecuzione delle pene detentive, escludendo quella del Presidente del Consiglio

Per altro verso, la Corte ha riconosciuto la rilevanza costituzionale del conflitto.

 

ORDINAMENTO PENITENZIARIO

Corte cost., ord. 7 marzo 2012, n. 46, Pres. Quaranta, Est. Silvestri (tutela dei diritti dei detenuti: ammesso il conflitto di attribuzione tra magistratura di sorveglianza e Ministro della giustizia)

Ammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Magistrato di Sorveglianza di Roma contro il Ministro della giustizia in ordine al rifiuto, da parte di quest'ultimo, di ottemperare a un provvedimento del Magistrato di Sorveglianza mirante a tutelare il diritto all'informazione, ex art. 21 Cost., dei detenuti in regime di 41 bis ord. pen.

[Mitja Gialuz] Da www.penalecontemporaneo.it

Con l'ordinanza n. 46, depositata il 7 marzo 2012, la Corte costituzionale ha ammesso il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Magistrato di sorveglianza di Roma nei confronti del Ministro della giustizia. A seguito di reclamo presentato ai sensi degli artt. 35 e 69 ord. pen. da un detenuto nei confronti del provvedimento con cui il Direttore del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria aveva disposto che fosse preclusa, per tutti i detenuti sottoposti al regime dell'art. 41-bis ord. pen., nella Casa circondariale di Rebibbia, la ricezione dei programmi televisivi irradiati sui canali «Rai Sport» e «Rai Storia», il Magistrato di sorveglianza, dopo aver condotto il procedimento regolato dall'art. 14-ter ord. pen., aveva provveduto con ordinanza del 9 maggio 2011, stabilendo che l'oscuramento delle trasmissioni aveva effettivamente leso il diritto soggettivo dei detenuti ad essere informati, riconosciuto dall'art. 21 Cost. ed esplicitamente tutelato dagli artt. 18 e 18-ter ord. pen. Di conseguenza, aveva annullato il provvedimento dell'amministrazione, con l'ordine di ripristinare la possibilità per il reclamante di assistere ai programmi trasmessi sui canali indicati.

Per parte sua, l'amministrazione non aveva proceduto alla riattivazione del segnale di «Rai Storia» e di «Rai Sport»: invero, il Ministro della giustizia aveva disposto con decreto del 14 luglio 2011 la «non esecuzione» del provvedimento giudiziale adottato in esito al reclamo.

A seguito di un secondo reclamo, il Magistrato di Roma aveva promosso, nel novembre del 2011, conflitto di attribuzioni davanti alla Corte, lamentando una lesione delle attribuzioni costituzionalmente riconosciute al Magistrato di sorveglianza, quale giudice della tutela dei diritti soggettivi dei detenuti.

La Corte ha ammesso il conflitto, riconoscendo la sussistenza del requisito soggettivo e di quello oggettivo.

Per un verso, ha riconosciuto la legittimazione del Magistrato di sorveglianza, sulla scorta dell'indubbia natura giurisdizionale della funzione assolta dal magistrato di sorveglianza nell'ambito della procedura di reclamo attualmente regolata dagli artt. 69 e 14-ter ord. penit. Sul lato passivo, ha affermato la legittimazione esclusiva del Ministro della giustizia, quale titolare delle attribuzioni inerenti all'esecuzione delle pene detentive, escludendo quella del Presidente del Consiglio

Per altro verso, la Corte ha riconosciuto la rilevanza costituzionale del conflitto.

Qui il testo dell'ordinanza

 

Il Magistrato di Sorveglianza non può provvedere alla dichiarazione di abitualità nel reato qualora il reo stia ancora espiando la pena

Nota a Magistrato di Sorveglianza di Milano, 9 novembre 2011 (ord.), Est. Fadda

[Martina Cagossi]

da penalecontemporaneo.it

1. Con l'ordinanza che può leggersi in allegato, il Magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Milano ha dichiarato non luogo a provvedere in ordine alla richiesta di dichiarazione di abitualità nel reato presentata, ex art. 103 c.p., dal Pubblico Ministero nei confronti di un soggetto condannato ad una pena il cui termine di estinzione era fissato per l'anno 2015.

In particolare, secondo quanto sostenuto nell'ordinanza in esame, qualora il termine di fine pena risulti ancora lontano e, quindi, il percorso rieducativo del condannato sia in itinere, il Magistrato di Sorveglianza non può pronunciare la dichiarazione di abitualità nel reato in quanto, in caso contrario, si andrebbe ad imporre una misura di sicurezza - effetto fisiologico conseguente alla dichiarazione di abitualità ai sensi dell'art. 109 c.p. - senza poter accedere ad una concreta ed attuale indagine sulla pericolosità sociale del condannato; indagine che è oggi invece espressamente prescritta a seguito delle modifiche apportate alla disciplina in esame dall'art. 31 della legge n. 663 del 1986 (c.d. legge Gozzini), il quale ha abrogato l'art. 204 c.p. eliminando dal Codice penale le vecchie presunzioni di pericolosità sociale. Inoltre, aggiunge il Giudice, una pronuncia del Magistrato di Sorveglianza che dichiarasse l'abitualità nel reato di un condannato nel corso della fase espiativa della pena, quando essa sia lontana dalla sua estinzione, risulterebbe essere contraria ai principi di economia processuale, dato che l'autorità giudiziaria sarebbe in questo caso chiamata a pronunciarsi due volte, sia al momento della richiesta della dichiarazione da parte del Pubblico Ministero, sia a fine pena, per verificare, ex art. 679 c.p.p., la sussistenza dei presupposti di legge  necessari per l'applicazione della misura di sicurezza ovvero l'effettiva pericolosità sociale del prevenuto.

2. La decisione in commento scaturisce dalla richiesta del Pubblico Ministero di emettere la dichiarazione di abitualità nel reato nei confronti di un soggetto, condannato alla pena di quattro anni e quattro mesi di reclusione, il quale in passato era già stato raggiunto da diverse sentenze di condanna ed aveva pertanto scontato altri periodi di detenzione, seppur non continuativi. A fondamento della sua richiesta, il Sostituto Procuratore della Repubblica sostiene che la dichiarazione ai sensi degli artt. 102 e 103 c.p. abbia mero effetto dichiarativo, nonché effetti penali propri e distinti rispetto all'applicazione della misura di sicurezza - la quale avrebbe, invece, carattere costitutivo -, e che, pertanto, essa possa essere emessa nonostante il termine di espiazione finale della pena sia lontano nel tempo.

3. Il Magistrato di Sorveglianza, tuttavia, ritiene non condivisibili le argomentazioni del Pubblico Ministero, basando, all'opposto, il proprio convincimento sulla ratio sottostante il ruolo - così come ridefinito a seguito dell'entrata in vigore della l. n. 663 del 1986 - da assegnarsi alla Magistratura di Sorveglianza nel dichiarare l'abitualità nel reato ex art. 679, comma 1, c.p.p., ovvero nel revocare tale dichiarazione ex art. 69, comma 4, ord. penit., e, più in generale, nell'applicare gli istituti che la legge n. 354 del 1975 (Ordinamento Penitenziario) e alcune disposizioni del Codice di rito (artt. 677-684 c.p.p.) attribuiscono alla sua competenza ratione materiae.

Le norme che permeano il diritto penitenziario, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata, infatti, escludono ogni automatismo o valutazione presuntiva in malam partem, e richiedono necessariamente che l'adozione di qualsiasi provvedimento nei confronti di un soggetto condannato sia subordinata alla verifica in concreto della sussistenza dei presupposti di legge che ne legittimano l'emanazione. In questo senso, l'attività del Magistrato di Sorveglianza è più rivolta al futuro rispetto che al passato, dovendo egli sempre  valutare l'evoluzione della personalità del soggetto ai fini della sua rieducazione, ex art. 27, comma 3, Cost., senza rimanere ancorato soltanto, nelle sue statuizioni, alla quantità o gravità dei reati antecedentemente commessi.

Del resto, chiarisce il Giudice nelle motivazioni della sua ordinanza, è proprio all'interno del quadro complessivo, così come appena delineato, dell'attività del Magistrato di Sorveglianza che è stata inserita, dal legislatore della legge Gozzini, la sua competenza a revocare, ai sensi dell'art. 69, comma 4, ord. penit., la dichiarazione di abitualità nel reato, dal momento che il Giudice di Sorveglianza può operare un tale giudizio solo con una valutazione ancorata all'attualità dello status detentionis e all'evoluzione psicologica del condannato. Conseguentemente, risulterebbe senza alcun dubbio contraria alle summenzionate finalità rieducative una dichiarazione di abitualità nel reato, disposta dal Magistrato di Sorveglianza, nei confronti di un soggetto che, da poco raggiunto da un ordine esecutivo della pena - anche qualora, come nel caso di specie, non si trattasse di prima condanna -, sia in procinto di intraprendere un percorso riabilitativo e di recupero dalla tossicodipendenza, oltretutto presso una struttura, la Casa di Reclusione di Milano Bollate, particolarmente attenta alle esigenze di recupero e alle risorse professionali dei condannati detenuti.

4. Pertanto il Magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Milano, nella parte motiva dell'ordinanza in esame, prudentemente - a parere di chi scrive - ritiene che risulterebbe illogico nonché contrario ai principi di economia processuale - oltre a quelli rieducativi appena menzionati - chiamare il Magistrato di Sorveglianza a pronunciarsi in merito alla dichiarazione di abitualità nel reato nel pieno del momento espiativo della condanna, laddove la legge (artt. 679, comma 1, c.p.p. e 69, comma 4, ord. penit.) prevede che, una volta estinta la pena, egli è comunque tenuto a verificare la pericolosità sociale del prevenuto nonché la sussistenza dei presupposti necessari perché venga applicata la misura di sicurezza ex art. 109 c.p.

 

Corte di Cassazione Sezione Quarta Penale - Sentenza n. 46479 del 14.12.2011 : sì a misura alternativa, quando in carcere non è possibile cura adeguata e completa



L’ordinanza impugnata da atto che la disposta perizia ha consentito di appurare che il ricorrente non è al momento affetto da malattia particolarmente grave ed incompatibile con la detenzione ma necessita di gestione tecnicamente adeguata e di alcuni controlli urgenti che possono essere eseguiti in ambito penitenziario.
Solo alcuni esami come la scintigrafia e la tac, quando se ne presenterà il bisogno, dovranno essere eseguiti presso strutture sanitarie esterne. La patologia da cui il detenuto è affetto consiste in una infezione cronica delle vie urinarie in soggetto che ha subito nefrectomia. Al momento la condizione clinica non è però grave perché si evidenzia l’infezione ma non la compromissione infiammatoria del rene superstite. I rischi connessi a tale patologia possono essere minimizzati da una sorveglianza clinica attenta.
Alla luce di tali elementi di giudizio si perviene alla conclusione che si è in presenza di soggetto non affetto da una malattia particolarmente grave per effetto della quale le condizioni di salute risultino incompatibili con lo stato di detenzione e tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere. Infatti il protocollo medico indicato dal perito è attuabile in regime di detenzione ed eventuali particolari esigenze potranno essere soddisfatte presso presidi esterni di cura. Tale trasferimento è espressamente previsto dall’art. 11 dell’ordinamento penitenziario e giustifica la reiezione dell’appello anche alla luce della giurisprudenza di legittimità in materia.Si conclude, analizzando il contenuto della consulenza tecnica di parte che, pur giungendo sostanzialmente alle medesime conclusioni cui è pervenuto il perito d’ufficio, enfatizza il rischio di un’evoluzione negativa della patologia che però non è giustificata dalle attuali condizioni di salute e che allo stato appare meramente ipotetica.
Ricorre per cassazione l’imputato, lamentando che la valutazione compiuta dal Tribunale non è conforme alla giurisprudenza di legittimità che impone di valutare anche la prevedibile evoluzione del quadro clinico e la potenziale incidenza in modo irreparabile della detenzione sulla salute del paziente. Si assume che le condizioni del paziente vadano valutate non solo al momento dell’accertamento ma anche e soprattutto sulla base della prevedibile evoluzione del quadro clinico.
Tale probabile evoluzione è stata evidenziata sia dal perito d’ufficio che dal consulente di parte.
D’altra parte, il diritto alla salute va tutelato anche al di sopra delle esigenze di sicurezza sicché, in presenza di gravi patologie, si impone la sottoposizione al regime degli arresti domiciliari o comunque il ricovero in idonee strutture. L’ordinanza del Tribunale si pone in contrasto con la disciplina legale avendo trascurato l’impossibilità di eseguire in ambito penitenziario la tac con contrasto, la scintigrafia e l’ecografia renale. Tale incompleta capacità di fronteggiare la situazione da parte della struttura penitenziaria avrebbe imposto l’accoglimento della richiesta.

 

Autorità:  Cassazione penale  sez. I, Data:  16 novembre 2011, Numero:  n. 45433
 
CARCERI E SISTEMA PENITENZIARIO - Misure alternative alla detenzione e remissione del debito - affidamento in prova al servizio sociale

La sussistenza di un lavoro stabile non è prevista dall'art. 47 dell'Ordinamento Penitenziario come requisito indispensabile per la concessione della più vasta misura dell'affidamento in prova, misura che in presenza di segnali positivi può essere applicata anche in mancanza di attività lavorativa qualora il condannato, nonostante la buona volontà, non riesca a trovare una collocazione lavorativa, ma possa impegnarsi in attività utili, quali il volontariato, come risulta aver proposto lo stesso interessato al momento di formulazione della domanda.

 
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