Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Giurisprudenza

Corte di Giustizia dell'Unione europea, sent. 28 aprile 2011, Hassen El Dridi, causa C-61/11 PPU (direttiva rimpatri e inosservanza dell'ordine di allontanamento dello straniero)

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La Corte di giustizia dichiara incompatibile con la direttiva rimpatri l'incriminazione di cui all'art. 14 co. 5 ter t.u. imm.

[Francesco Vigano']

1. Con la sentenza qui pubblicata in allegato, la Corte di giustizia dell’Unione ha statuito – in risposta a un quesito pregiudiziale di interpretazione sottopostole dalla Corte d’Appello di Trento – che “la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 16 dicembre 2008, 2008/115/CE, recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, in particolare i suoi artt. 15 e 16, deve essere interpretata nel senso che essa osta ad una normativa di uno Stato membro, come quella in discussione nel procedimento principale, che preveda l’irrogazione della pena della reclusione al cittadino di un paese terzo il cui soggiorno sia irregolare per la sola ragione che questi, in violazione di un ordine di lasciare entro un determinato termine il territorio di tale Stato, permane in detto territorio senza giustificato motivo”.
 
 
2. Dopo avere dato conto della normativa UE e interna di riferimento, la Corte ha osservato che il procedimento a quo concerneva un cittadino di un paese terzo entrato illegalmente in Italia e privo di permesso di soggiorno, che era stato condannato in primo grado a un anno di reclusione per il delitto di cui all’art. 14 co. 5 ter t.u. imm. per non avere ottemperato all’ordine di allontanamento emesso nel maggio 2010 sulla base di un decreto prefettizio di espulsione risalente addirittura al 2004. La Corte d’Appello di Trento, investita dell’impugnazione contro la sentenza di condanna, aveva quindi chiesto alla Corte di giustizia, con provvedimento in data 2 febbraio 2011, di valutare se l’incriminazione italiana fosse o meno compatibile con gli articoli 15 e 16 della direttiva 2008/115/CE, i quali disciplinano presupposti, modalità e limiti del trattenimento dello straniero in appositi centri di permanenza temporanea durante la procedura amministrativa di rimpatrio.
 
La Corte d’Appello trentina aveva chiesto espressamente che il ricorso fosse trattato in via di urgenza ai sensi dell’art. 104 ter del regolamento di procedura della Corte, dal momento che il procedimento concerneva un imputato in stato di custodia cautelare. Su conforme parere dell’Avvocato generale, la Corte di giustizia ha accolto tale richiesta e ha così definito il procedimento nell’arco di meno di tre mesi dal ricevimento degli atti.
 
 
3. Sul merito della questione sottopostale, la Corte osserva anzitutto che la direttiva rimpatri nel suo complesso, come evidenziato dal suo secondo considerando introduttivo, “persegue l’attuazione di un’efficace politica in materia di allontanamento e rimpatrio basata su norme comuni affinché le persone interessate siano rimpatriate in maniera umana e nel pieno rispetto dei loro diritti fondamentali e della loro dignità”, fissando in proposito regole che lo Stato membro può derogare soltanto in senso più favorevole per lo straniero.
 
Tali regole prevedono, anzitutto, che di regola la procedura di rimpatrio debba essere eseguita su base volontaria, attraverso una decisione di rimpatrio che fissa allo straniero un congruo termine per lasciare il territorio nazionale, salve le eccezioni espressamente stabilite dall’art. 7 della direttiva. Nell’ipotesi poi in cui lo straniero non abbia lasciato spontaneamente il territorio nazionale entro il termine concessogli, ovvero non sia stato sin dall’inizio concesso alcun termine, lo Stato membro è tenuto, in forza dell’art. 8, a procedere all’allontanamento, prendendo tutte le misure necessarie, comprese, all’occorrenza, misure coercitive, in maniera proporzionata e nel rispetto, in particolare, dei diritti fondamentali.
 
Nell’ipotesi in cui l’esecuzione immediata dell’allontanamento non sia possibile, e laddove ogni altra misura coercitiva meno afflittiva non risulti sufficiente nel caso concreto, l’articolo 15 della direttiva consente allo Stato di trattenere lo straniero in un centro di permanenza temporanea per un periodo massimo di sei mesi, prorogabile in casi particolari sino a complessivi 18 mesi, assicurando comunque il riesame periodico della persistente necessità della misura coercitiva rispetto allo scopo di eseguire l’allontanamento, ed evitando di regola che lo straniero venga collocato in un istituto penitenziario.
 
La Corte sottolinea in proposito (§ 42) che il ricorso alla misura del trattenimento – ossia alla “misura più restrittiva della libertà che la direttiva consente nell’ambito di una procedura di allontanamento coattivo” – è regolamentato in maniera precisa e stringente dalla direttiva, “segnatamente allo scopo di assicurare il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini interessati dei paesi terzi”, rilevando più in particolare (§ 43) come la fissazione di un termine di durata massima inderogabile del trattenimento abbia “lo scopo di limitare la privazione della libertà dei cittadini di paesi terzi in situazione di allontanamento coattivo”, come già ritenuto dalla Corte di giustizia nel precedente caso Kadzoev del 2009 e conformemente ai principi espressi dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo la quale il trattenimento dello straniero durante la procedura amministrativa di espulsione deve avere durata quanto più breve possibile, e non deve mai protrarsi oltre il tempo strettamente necessario per raggiungere lo scopo dell’allontanamento.
 
 
4. Alla luce di tali principi, la Corte vaglia dunque la compatibilità della disciplina penale italiana con la direttiva 2008/115/CE.
 
In primo luogo, la Corte riconosce effetto diretto alle pertinenti disposizioni della direttiva, essendone scaduto il termine di attuazione senza che lo Stato italiano abbia provveduto alla sua trasposizione, e trattandosi di norme chiare e incondizionate (§§ 46-47).
 
In secondo luogo, la Corte osserva che l’art. 8 § 4 della direttiva consente allo Stato di adottare tutte le misure coercitive indispensabili per eseguire la decisione di rimpatrio mediante l’allontanamento dello straniero, comprese misure di carattere penale, “atte segnatamente a dissuadere tali cittadini dal soggiornare illegalmente nel territorio di detti Stati” (§ 52).
 
Tuttavia, eventuali misure di carattere penale dovranno esse stesse risultare compatibili con il diritto dell’Unione, e non dovranno comunque essere tali da “compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti da una direttiva e da privare così quest’ultima del suo effetto utile” (§ 55).
 
Dal momento che la direttiva subordina espressamente l’uso di misure coercitive al rispetto dei principi di proporzionalità e di efficacia per quanto riguarda i mezzi impiegati e gli obiettivi perseguiti, “ne consegue” – conclude la Corte – “che gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo conformemente all’art. 8, n. 4, di detta direttiva, una pena detentiva, come quella prevista all’art. 14, comma 5‑ter, del decreto legislativo n. 286/1998, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio di uno Stato membro e che il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare nel territorio nazionale” (§ 58).
 
Una tale pena – prosegue la Corte, facendo proprio un rilievo svolto sia dalla Commissione nelle proprie osservazioni sia dall’Avvocato generale nella propria presa di posizione – rischierebbe addirittura “di compromettere la realizzazione dell’obiettivo perseguito da detta direttiva”, finendo per ostacolare il conseguimento dell’obiettivo dell’allontanamento dello straniero, ritardando l’esecuzione del rimpatrio, cui lo Stato è tenuto in forza della direttiva medesima (§§ 58-59).
 
Il giudice del rinvio – “incaricato di applicare, nell’ambito della propria competenza, le disposizioni del diritto dell’Unione e di assicurarne la piena efficacia” – dovrà dunque “disapplicare ogni disposizione del decreto legislativo n. 286/1998 contraria al risultato della direttiva 2008/115, segnatamente l’art. 14, comma 5‑ter, di tale decreto legislativo”, conformemente alla consolidata giurisprudenza della giurisprudenza della Corte che ha avuto origine con il notissimo caso Simmenthal (§ 61).
 
Ciò facendo, precisa ancora la Corte, il giudice del rinvio dovrà “tenere debito conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri” (§ 61).
 
 
* * *
 
5. Le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea hanno, come è a tutti noto, valore erga omnes, interpretando in maniera autoritativa il diritto dell’Unione con effetto diretto per tutti gli Stati membri e le rispettive giurisdizioni.
 
Ne consegue che, alla luce di questa sentenza, i giudici italiani dovranno d’ora in poi disapplicare la norma incriminatrice di cui all’art. 14 comma 5 ter d.lgs. 286/1998 in ragione del suo rilevato contrasto con il diritto UE, dotato di primazia sul diritto interno, e per l’effetto mandare assolti gli imputati perché il fatto non sussiste, indipendentemente dalla circostanza che l’ordine del questore rimasto inadempiuto fosse antecedente o successivo al 24 dicembre 2010, e cioè della data entro la quale l’ordinamento italiano avrebbe dovuto conformarsi alla direttiva.
 
Tale effetto liberatorio non potrà non prodursi anche rispetto alle porzioni di condotta già consumatesi prima 24 dicembre 2010, rispetto alla quali il giudice penale dovrà necessariamente tener conto del monito della Corte (§ 61) ad applicare il principio, di rilevanza anche comunitaria, della necessaria retroattività della legge penale più favorevole.
 
Analogo rilievo dovrà svolgersi con ogni verosimiglianza – ma il tema necessiterà un approfondimento in un’apposita sede nei prossimi giorni – per le sentenze di condanna già passate in giudicato.
 
Infine, non v’è alcun dubbio che la sentenza della Corte di giustizia sia immediatamente vincolante per ogni organo e potere dello Stato italiano: compresi, dunque, autorità di polizia e pubblici ministeri, ciascuno nell’ambito delle rispettive competenze.

 

TRIBUNALE CIVILE DI TRIESTE -  RESPONSABILITA' CONTRATTUALE DEL MINISTERO PER DANNO ALLA SALUTE DEL DETENUTO

Con sentenza n. 1291 del 23/12/2010, il Tribunale di Trieste ha riconosciuto la responsabilità civile del Ministero della giustizia per il danno alla salute subito da un detenuto caduto accidentalmente dal letto a castello della propria cella. In sentenza, il Tribubnale di Trieste ha riscontrato, nell'assegnazione da parte dell'amministrazione penitenziaria di un letto non compatibile con le condizioni di salute del detenuto, una violazione dell'obbligo di legge di garantire ad ogni detenuto il diritto all'integrità fisica.

Il Ministero è stato, pertanto, condananto a risarcire il danno non patrimoniale patito dal detenuto a seguito della caduta.

 

UFFICIO DI SORVEGLIANZA NOVARA - RECLAMO SULLA LIMITAZIONE DEI COLLOQUI DEL DIFENSORE
 

N. 1/08 R. Recl.
 
IL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA
 
All’udienza del 10 marzo 2008, nel procedimento di Sorveglianza relativo al reclamo presentato dal detenuto *******, nato in Napoli in data 14.02.1956, attualmente detenuto presso la Casa C.le di Novara, in merito alla durata dei colloqui telefonici tra i detenuti ed il loro difensore di fiducia;
 
difeso dall’Avv. Deborah Demichele, d’ufficio;
 
A scioglimento della riserva;
 
Visti gli atti del procedimento instaurato a seguito del combinato disposto  degli artt. 35, 14 ter e 71 segg. O.P.;
Verificata preliminarmente la regolarità dei prescritti avvisi al rappresentante del P.M. e al difensore;
esaminata la documentazione relativa al procedimento disciplinare nonché le memorie prodotte dall’interessato e dalla Direzione della Casa C.le;
 
OSSERVA
Il presente reclamo è stato proposto dal condannato in relazione alla durata del colloquio telefonico con il proprio difensore. Il detenuto in data 7.01.08 veniva convocato nell’apposita sala per effettuare la telefonata con il proprio difensore così come da lui richiesto nei giorni precedenti. Dopo circa dieci minuti la conversazione veniva interrotta senza alcun preavviso. Pensando ad un guasto tecnico chiedeva spiegazioni agli agenti presenti, apprendendo solo allora che tutte le telefonate, anche quelle con i difensori, non potevano avere durata superiore ai dieci minuti. Il reclamante lamenta l’illegittimità dell’operato dell’Amministrazione Penitenziaria, ritenuto lesivo del diritto di difesa costituzionalmente garantito.
La limitazione della durata della corrispondenza telefonica sarebbe illegittima poiché in netto contrasto con quanto disposto dall’art. 24 della Costituzione e con la normativa prevista in merito ai colloqui con il difensore dall’art. 35 disp. att. c.p.p., dal novellato art. 41 bis O.P. e dalla circolare DAP n. 3592/6042 del 9.10.03.
Sulla base di tali considerazioni ******* ha chiesto l'accoglimento del reclamo.
Giova ricordare che l'Ordinamento Penitenziario favorisce i contatti del condannato con l’ambiente libero, ponendo gli stessi, insieme ai rapporti con la famiglia, tra gli elementi su cui si fonda il trattamento penitenziario (art. 15 O.P.). E’consentita la corrispondenza telefonica con i familiari e, in casi particolari, con i terzi con le modalità e le cautele previste dal regolamento (art. 18 co. 5).
Il regolamento di esecuzione prevede esplicitamente (art. 39) le autorizzazioni necessarie, rilasciate dall’Autorità Giudiziaria o dalla Direzione, agli imputati, condannati e internati, alla corrispondenza telefonica con congiunti e conviventi e, quando ricorrono “ragionevoli e verificati motivi”, anche con persone diverse da questi. Disposizioni restrittive vengono poi dettate per i ristretti condannati per i reati previsti dall’art. 4 bis, primo comma, primo periodo, dell’ordinamento penitenziario, in ragione della loro maggiore pericolosità.
L’art. 39 prevede anche che il contatto telefonico è stabilito dal personale dell’istituto e fissa la durata massima della telefonata nella misura di dieci minuti.
Occorre premettere che in materia di colloqui visivi e telefonici è intervenuta la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, la quale ha stabilito la legittimità della disciplina differenziata per i detenuti e gli internati per uno dei delitti previsti dall’art. 4 bis O.P., e la sindacabilità dei provvedimenti dell’Autorità Penitenziaria in merito ai colloqui dei detenuti e degli internati, in quanto incidenti su diritti soggettivi, da parte del Magistrato di Sorveglianza, che decide con ordinanza impugnabile in Cassazione, secondo la procedura indicata nell’art. 14 ter dell’Ordinamento Penitenziario.
Rileva il Magistrato, sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale n. 212/97 – con la quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 l. 354/75 nella parte in cui non prevede che il detenuto condannato in via definitiva può conferire con il difensore fin dall’inizio dell’esecuzione della pena -, che l’ordinamento penitenziario contempla i colloqui, anche con persone diverse dai congiunti in una prospettiva informata all’esigenza di assicurare al detenuto, in certa misura, il mantenimento di relazioni familiari e sociali, ma sempre astraendo dallo specifico interesse sotteso al colloquio con il difensore, quale strumento di esercizio del diritto di difesa. E’ in questa prospettiva che si colloca la presenza del potere discrezionale dell’Amministrazione Penitenziaria di valutare, ove la richiesta non riguardi familiari, che sussistano “ragionevoli e verificati motivi” ovvero “motivi di urgenza o di particolare rilevanza” se la telefonata si svolga con prole inferiore a dieci anni o in caso di trasferimento del detenuto.
L’esercizio di conferire con il difensore, in quanto strumentale al diritto di difesa, non può essere rimesso a valutazioni discrezionali dell’Amministrazione Penitenziaria. Invero nella decisione della Corte Costituzionale si rinviene una precisa presa di posizione in favore della radicale sottrazione della materia dei colloqui con il difensore da ogni possibilità di compressione o limitazione, se non nei limiti eventualmente disposti dalla Legge a tutela di altri interessi costituzionalmente protetti, con esclusione dell’intervento di valutazioni discrezionali dell’Autorità Amministrativa (come esempio di limitazione ammissibile si cita il disposto dell’art. 104, terzo comma, c.p.p., che prevede una sospensione ordinata dall’Autorità Giudiziaria in via eccezionale e temporanea).
All’Amministrazione Penitenziaria è rimessa esclusivamente la competenza a disporre le modalità pratiche di svolgimento dei colloqui con il difensore, senza possibilità di esercitare alcun potere di apprezzamento sulla necessità e sui motivi dei colloqui medesimi (così la sentenza citata).
Per ciò che attiene alle modalità pratiche del colloquio, questo Magistrato è ben consapevole che le esigenze di sicurezza interna ed esterna, che assumono il massimo rilievo quando si tratta di detenuti sottoposti al regime speciale ex art. 41 bis O.P., impongono di assicurare la certezza che l’interlocutore telefonico del detenuto sia effettivamente la persona autorizzata. Il problema è del tutto analogo a quello che si pone con i familiari ed è stato risolto dall’Amministrazione prevedendo che il contatto venga stabilito con l’Istituto di pena più vicino al luogo di residenza dei familiari, e che questi vi si debbano recare per essere identificati, documentando la loro legittimazione, e per effettuare la telefonata nel giorno e secondo l’orario stabilito. Analoghe cautele sono stabilite per i colloqui con i difensori (v. circolare DAP n. 3592/6042 del 9.10.03, “organizzazione delle sezioni detentive adibite al contenimento di detenuti sottoposti al regime detentivo speciale di cui all’art. 41 bis O.P.” , lett. G) e lett. H)).
Passando all’esame del caso concreto, occorre far riferimento anche alla normativa prevista per il regime differenziato, essendo il reclamante sottoposto al regime di cui all’art. 41 bis O.P., che, però, detta un’articolata disciplina per i colloqui visivi, tralasciando quelli telefonici.
In assenza di previsioni di legge deve essere "il giudice a individuare nel complessivo sistema normativo la regola idonea a disciplinare la fattispecie in conformità dei principi indicati" (Corte Cost. sentenza n. 270/99).
La Direzione della Casa C.le di Novara ha prodotto il parere espresso dal Superiore Ufficio ministeriale a seguito del quesito posto dalla Direzione della Casa C.le di L’Aquila in merito alla durata dei colloqui telefonici tra i detenuti ed il loro difensore di fiducia, parere che è posto a fondamento giustificativo dell’operato della Amministrazione Penitenziaria nel caso che ci occupa.
Il Ministero, preso atto che la corrispondenza telefonica tra i detenuti e i loro difensori non trova una specifica disciplina né nell’ordinamento penitenziario né nel regolamento di esecuzione, ritiene che la scelta del legislatore sia quella di rimettere tale ipotesi alla disciplina generale dettata per le telefonate con terze persone (art. 39, secondo comma,d.p.r. 230/00). La nota ministeriale evidenzia come anche la riforma dell’art. 41 bis non abbia inciso in materia, perché mentre espressamente pone il divieto di applicare le limitazioni di frequenza e di durata, imposte ai colloqui con i familiari, ai colloqui visivi con gli avvocati, nulla dice in merito ai colloqui telefonici con i difensori. La scelta operata, a detta ministeriale, sarebbe ben chiara: “lo strumento con cui si assicura in via ordinaria il pieno e completo diritto di difesa è l’incontro visivo tra il detenuto e il difensore, rivestendo ogni altra modalità uno spazio residuale e dunque non godibile con le stesse modalità”. Sulla base di tali premesse la Direzione Generale dei detenuti e del trattamento ritiene che anche la telefonata con il difensore sia sottoposta alla durata massima di dieci minuti, conformemente a quanto stabilito dal regolamento di esecuzione, mentre afferma che “con riguardo alla frequenza dei citati colloqui telefonici è ben possibile ritenere che non possano subire – alla stregua dei colloqui visivi – limitazioni”.
Bisogna quindi valutare se la presente disposizione consiste in una restrizione del diritto di difesa esulante dalla competenza dell'Amministrazione Penitenziaria secondo il dettato costituzionale più volte citato.
All’odierna udienza il pubblico ministero ha chiesto la reiezione del reclamo posto che, sulla base della normativa vigente, la scelta legislativa sarebbe quella di privilegiare il colloquio visivo, più pregnante e più specifico in relazione all’effettivo esercizio del diritto di difesa, come sostanzialmente avviene nella vita comune all’esterno del mondo carcerario.
Al contrario la difesa ha sostenuto che la limitazione della durata della conversazione telefonica comporta la violazione del diritto di difesa. Prevedendo, infatti, il legislatore un’eccezione alla normativa dei colloqui visivi per quelli con i difensori, è da ritenere che anche per i colloqui telefonici, essendo identica la ratio, abbia voluto derogare alla disciplina generale, tenuto conto anche del fatto che le modalità con cui avviene la telefonata salvaguardano le esigenze di sicurezza esterna ed interna, poste a base del regime del carcere duro. E’ stato inoltre evidenziato un ulteriore profilo di illegittimità della limitazione della durata delle telefonate, relativo al dispendio di tempo e ed eccessiva onerosità conseguente alla distanza tra il luogo di residenza del difensore e la sede di detenzione, in assenza della garanzia di contatti telefonici tra il difensore e il suo assistito che possano avere una durata congrua e idonea a rispondere ad esigenze in concreto del diritto di difesa.
Rileva il Magistrato che dalla lettura delle norme esaminate, si evidenzia come il legislatore abbia accordato una disciplina specifica e di maggiori garanzie per quanto riguarda il diritto di difesa in generale, affermato dalla Corte Costituzionale quale diritto pieno ed assoluto.
La disciplina sui controlli della corrispondenza dei detenuti è stata recentemente oggetto di un’ampia riforma, introdotta con la L. 8.04.2004, n. 85, che ha colmato una lacuna legislativa costata all’Italia numerose condanne in sede europea, pronunciate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in seguito ad una serie di ricorsi di detenuti italiani. La Corte aveva ritenuto in contrasto con la normativa europea, tra l’altro, le censure operate dall’Amministrazione Penitenziaria nei confronti della corrispondenza inviata dal detenuto al proprio legale (Corte, 25.02.1992, Pfeiffer c. Austria A 227). La legge citata esclude dal regime dei controlli la corrispondenza del detenuto con il proprio difensore, in armonia con quanto previsto dall’art. 103, sesto comma, c.p.p. e dall’art. 35, disp. att. c.p.p., confermando l’inviolabilità del diritto di difesa.
Il novellato art. 41 bis O.P., vieta l’applicazione delle limitazioni e delle modalità previste per i colloqui con i familiari ai colloqui visivi con i difensori. Questi avvengono, pertanto, senza vetro divisorio e secondo le necessità del caso, senza possibilità da parte dell’Amministrazione Penitenziaria di esercitare alcun potere di apprezzamento sulla necessità e sui motivi del colloquio.
La predisposizione di analoga previsione per i colloqui telefonici con i difensori, in parte ammessa dalla nota ministeriale che ritiene non legittime le limitazioni alla frequenza e al numero delle telefonate consentite con il difensore, dovrebbe consentire di soddisfare tutti gli interessi implicati.
La legittimità del regime differenziato, riaffermata da una serie di decisioni della Corte Costituzionale e della Corte di Strasburgo, è condizionata a che sia garantita la proporzione tra le relative disposizioni e l’esigenza di mantenimento dell’ordine e della prevenzione dei reati. Occorre, pertanto, trovare un equilibrio tra le necessaria tutela dell’ordine e della sicurezza e il rispetto dei diritti fondamentali della persona.
L’assunto ministeriale in materia di colloqui telefonici con il difensore, per cui è applicabile la normativa generale quanto alla durata senza però apporre limiti alla frequenza degli stessi, oltre ad essere in contrasto con gli indirizzi delle nuove normative e con le linee delineate dagli interventi della Corte Europea e della Corte Costituzionale, non trova giustificazione in esigenze di mantenimento dell’ordine e di prevenzione dei reati. In fatto, poi, consente paradossalmente all’interessato di effettuare un numero illimitato di telefonate con il proprio difensore, anche nello stesso giorno, ciascuna della durata massima, però, di dieci minuti .
Ritiene il Magistrato che sulla base della normativa vigente e delle pronunce giurisprudenziali e nella gerarchia di valori costituzionali e di competenze delineata, si deve escludere che la competenza dell’Amministrazione Penitenziaria a disporre sulle modalità pratiche di svolgimento dei colloqui telefonici con il difensore, nel caso di specie nel limitare la durata massima della telefonata, possa comportare la compressione del diritto di difesa, limitando una forma di comunicazione tra il difensore e il proprio assistito detenuto.
Il reclamo va, dunque, accolto.
 
      
P. Q. M.
Su difforme parere del P. M.;
 
Visti gli artt. 14ter, 18 O.P., 39 d.p.r.230/00;
 
 
ACCOGLIE IL RECLAMO.
 
DISPONE che il presente provvedimento sia comunicato al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ufficio Centrale Detenuti e Trattamento.
 
Manda alla cancelleria per le comunicazioni di rito.
 
Novara, lì 10 marzo 2008
IL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA
                                                                                                (dott.ssa Lina Di Domenico)

 

CORTE DI CASSAZIONE PRIMA SEZIONE SENTENZA N. 1405 UD. 14 DICEMBRE 2010 - DEPOSITO DEL 19 GENNAIO 2011     
 

ESECUZIONE E ORDINAMENTO PENITENZIARIO - AFFIDAMENTO IN PROVA TERAPEUTICO - PROVVEDIMENTO DI UNIFICAZIONE DI PENE CONCORRENTI - REATI OSTATIVI - SCINDIBILITA' DEL CUMULO

Qualora, nel corso di un affidamento terapeutico in precedenza concesso ai sensi dell’art. 74 del D.P.R. n. 309 del 1990, sopravvenga un provvedimento di unificazione di pene concorrenti, relativo ad una pena superiore a quattro anni di reclusione e comprensivo di reati indicati dall’art. 4-bis dell’Ordinamento Penitenziario, è legittimo lo scioglimento del cumulo ai fini della verifica di ammissibilità di prosecuzione della misura, sempre che il condannato abbia espiato la parte di pena relativa ai reati ostativi.

 

CORTE DI CASSAZIONE PRIMA SEZIONE SENTENZA N. 4512 UD. 21 GENNAIO 2011 - DEPOSITO DEL 8 FEBBRAIO 2011 
   

ESECUZIONE E ORDINAMENTO PENITENZIARIO - LIBERAZIONE ANTICIPATA - PROVA DELLA PARTECIPAZIONE ALL'OPERA DI RIEDUCAZIONE - ATTIVITA' LAVORATIVA SVOLTA IN CARCERE - RILEVANZA


Ai fini della concessione della liberazione anticipata, il Tribunale di sorveglianza deve tenere conto dell’attività lavorativa svolta in carcere, onde stabilire se dalla stessa – per qualità, durata, svolgimento a richiesta, ecc. – sia positivamente desumibile l’inizio di un percorso partecipativo di risocializzazione del detenuto.

 
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