Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

La Gazzetta Legale

Approvato il decreto "svuota carceri": domiciliari per pene brevi, misure alternative
Potrebbe aprire da subito le porte degli istituti penitenziari per circa ventimila detenuti, il provvedimento deciso dal Consiglio dei Ministri, su richiesta del guardasigilli, Paola Severino. Una decisione che restituirà spazi dignitosi a quanti scontano una pena più dura, alleggerendo anche i costi della giustizia.

Le misure avranno effetti immediati. Il provvedimento più importante riguarda le cosiddette "porte girevoli". Il fenomeno dei 21 mila nuovi ingressi l’anno in carcere verrà ridotto con due modifiche al codice di procedura penale, consentendo l’allargamento della detenzione domiciliare. Nei casi di arresto in flagranza, il giudizio direttissimo dovrà essere tenuto entro, e non oltre, le 48 ore dall’arresto, non essendo più consentito al giudice di fissare l’udienza nelle successive 48 ore. Viene inoltre introdotto il divieto di condurre in carcere gli arrestati per reati di non particolare gravità, prima della loro presentazione dinanzi al giudice per la convalida dell’arresto e il giudizio direttissimo.

L’arrestato dovrà essere custodito dalle forze di polizia. Altra norma importante, e che interesserà altri tremila detenuti, prevede l’allargamento della legge introdotta nel 2010 che permetteva gli arresti domiciliari per gli ultimi 12 mesi della pena. Ora sarà possibile scontare a casa gli ultimi 18 mesi del periodo detentivo.

Il ministro Severino al termine del Consiglio dei ministri ha inoltre aperto uno spiraglio ad una possibile "amnistia" sottolineando, però, che dovrà «essere un provvedimento presentato dal Parlamento». Nelle casse del ministero di via Arenula, inoltre, saranno da subito a disposizione 57 milioni di euro per l’edilizia carceraria: il denaro sarà utilizzato per completare le opere già avviate e per ampliare i padiglioni degli istituti penitenziari.

Le novità del "pacchetto" riguardano anche alcune norme del procedimento penale, introdotte con un disegno di legge. Gli arresti domiciliari diventano una pena inflitta direttamente dal giudice, non più alternativa, per quei reati che prevedono una pena non superiore ai 4 anni. Per questi stessi reati non gravi sarà, inoltre, possibile la sospensione del provvedimento con «messa alla prova», ovvero con la possibilità di poter svolgere lavori di pubblica utilità.

Il governo ha inoltre avviato la revisione delle circoscrizioni giudiziarie. Il provvedimento riguarda gli uffici dei giudici di pace. Il decreto passerà dalle Camere per i pareri, e prevede l’accorpamento di uffici con il recupero di 1944 giudici di pace e di 2104 dipendenti amministrativi con un risparmio di 28 milioni di euro l’anno.

«Il pacchetto "carceri" presentato oggi dal ministro Severino, si pone in una continuità costruttiva rispetto alle basi gettate dal lavoro dei predecessori Alfano e Nitto Palma. Si affermano principi che il Pdl ha sempre sostenuto: offriamo fin d’ora la disponibilità ad un percorso parlamentare rapido riservandoci di apportare integrazioni e miglioramenti laddove utili e necessari». È quanto dichiara Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione Giustizia alla Camera. «Il pacchetto Severino va nella giusta direzione.

Ma – afferma il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, presidente del Forum per la Sanità Penitenziaria – dobbiamo mantenere alta l’attenzione sul fronte di chi entra nei penitenziari, e dunque spingere per le misure alternative, in modo strutturale, soprattutto per i reati che riguardano le leggi sull’immigrazione, che vanno radicalmente modificate». Puntuale arriva anche l’attacco della Lega Nord: «Il governo – afferma in una nota Alessandro Montagnoli, vicepresidente vicario dei deputati del Carroccio – ha finalmente mostrato il suo vero obiettivo: amnistia e delinquenti a piede libero». Soddisfatti invece i sindacati della polizia penitenziaria, che nelle scelte del governo vedono aprirsi uno spiraglio rispetto a un profondo disagio che dall’inizio dell’anno ha prodotto 61 suicidi tra i detenuti, 924 tentativi di farla finita e 291 aggressioni al personale con un totale di 394 feriti.

 

La denuncia del garante regionale dei diritti dei detenuti. Carceri in Sicilia:«Detenuti costretti  a dormire con dei materassi sui tavoli»

A lanciare l'allarme Fleres: «Situazione drammatica, sovraffollamento, suicidi, atti di autolesionismo, strutture vecchie, assistenza sanitaria non all’altezza»
 

PALERMO - Sovraffollamento, suicidi, atti di autolesionismo, strutture vecchie, assistenza sanitaria non all’altezza. «Non c’è un solo carcere in Sicilia che sia in regola, la situazione è drammatica», denuncia Salvo Fleres, garante regionale dei diritti dei detenuti. «A fronte di 4500 posti disponibili in base al regolamento, i detenuti sono circa 7800», spiega in un’intervista all’Italpress. «Personalmente ho fatto una serie di esposti all’Autorità giudiziaria, l’ultimo l’altroieri che riguarda il carcere di Piazza Lanza a Catania, dove l’affollamento ha raggiunto livelli impressionanti: ci sono ad esempio detenuti costretti a dormire con dei materassi sui tavoli». Fleres la definisce «una situazione inaudita e inaccettabile», che alcuni non riescono a sopportare.

SUICIDI - Da qui il sempre crescente numero di suicidi (specie in estate): nel 2011 sono cinque - secondo i dati dell’Osservatorio delle morti in carcere - i casi accertati nell’isola (61 in Italia, dal 2000 a oggi sono ben 687); l’ultimo in ordine di tempo a togliersi la vita è stato Mohamed Nahiri, 35enne tunisino, impiccatosi il 9 ottobre scorso alle sbarre del bagno della sua cella del carcere «Pagliarelli» di Palermo con un lenzuolo. «Mi sono costituito parte civile in ogni caso di suicidio avvenuto nella nostra regione», sottolinea Fleres. «Del resto il detenuto è interamente affidato allo Stato, se si suicida vuol dire che lo Stato l’ha custodito male, è una sua responsabilità. E poi in alcuni di questi casi parlare di suicidio è edulcorazione di altro tipo di fenomeno di cui, essendoci indagini in corso, non è possibile parlare».

DECRETO SULLA SANITA' PENITENZIARIA - Non finisce qui. La Sicilia resta l’unica regione d’Italia a non aver recepito il decreto datato 2008 sulla sanità penitenziaria. «Sembra un problema di scarsa entità, ma», spiega ancora il senatore di Coesione Nazionale-Io Sud-Forza del Sud, «il fatto che la sanità in Sicilia continui a essere gestita dal ministero della Giustizia e non, come avviene nel resto del Paese, dal servizio sanitario nazionale crea notevoli disagi ai detenuti. Alcuni di loro hanno bisogno di farmaci costosissimi ma non ricevono assistenza perché non ci sono le risorse e i tempi del ministero sono decisamente più lunghi». Cosa fare allora? Fleres chiama in causa la politica e sostiene che «bisogna depenalizzare i reati di minore allarme sociale, dare gli arresti domiciliari per reati che comportino una pena inferiore ai tre anni e accorciare le fasi istruttorie dei processi: su 90.000 accessi l’anno in carcere, 22.000 durano meno di tre giorni. Anche questo», conclude, «è un dato su cui riflettere».

 

Intervista al Responsabile Osservatorio Carcere UCPI sui progetti e gli obiettivi dei penalisti italiani, avv. De Federicis.

Riforma della custodia cautelare, potenziamento dei domiciliari, revisione del sistema sanzionatorio. E un sito di informazione e denuncia sulle patrie galere.

Avv. De Federicis, cosa è emerso sul sistema penitenziario?
In moltissimi interventi, così come nella relazione del Presidente Spigarelli, è stata evidenziata la drammatica situazione del nostro sistema penitenziario ormai prossimo al collasso. In particolare si è unanimemente ritenuta la necessità di riformare l'istituto della custodia cautelare, con la previsione del carcere solo in casi di eccezionale rilevanza e con il potenziamento della misura degli arresti domiciliari, unitamente alla riforma del sistema sanzionatorio con la previsione di istituti differenti ed alternativi a quelli carcerari. Si è infine rilevata l'inadeguatezza attuale delle misure alternative alla detenzione in Italia, anche attraverso una ricerca effettuata con l'Università di Torino, i cui risultati confermano quello che gli avvocati penalisti già sapevano. Insomma tante idee e soluzioni per una giustizia migliore che dovranno trovare, però, il modo di essere veicolate nell'opinione pubblica per creare quel consenso alle riforme che oggi si è arenato nelle secche della politica.


Conferma che intendete creare un sito ad hoc per parlare di carceri?
L'idea del sito nasce dalla volontà dell'attuale giunta di individuare canali di comunicazione più efficaci e moderni. L'UCPI ha già sperimentato con successo un analogo sito sulla separazione delle carriere (altra storica nostra battaglia), e da qualche mese abbiamo anche un profilo su Facebook ove registriamo numerosi contatti quotidiani. Gli obiettivi sono quelli di un'immediata e corretta informazione sul carcere ad uso interno ma anche e soprattutto esterno, valorizzando gli ormai consolidati contatti con le altre associazioni che si occupano di carcere.


A che punto è il lavoro di raccolta delle denunce sulla situazione sanitaria in carcere?
Per quel che riguarda l'iniziativa delle denunce presentate nelle Procure italiane sulla situazione sanitaria all'interno degli istituti penitenziari, le stesse sono o stanno per essere tutte archiviate. Dalla lettura degli atti istruttori emerge però, nella quasi totalità, una forte consapevolezza dell'illegittimità in cui versano gli stessi ma non si ritengono, correttamente, penalmente responsabili i direttori degli istituti penitenziari all'epoca denunciati.


Altri impegni nell'agenda 2012?
Nel programma dell'anno prossimo sul carcere un punto fermo sarà quello di denunciare con forza e nel contempo proporre soluzioni rispetto allo scandalo degli OPG e delle case di lavoro. Per farlo abbiamo pensato di organizzare un convegno nazionale di due giorni nel quale invitare gli esponenti della magistratura e della politica per cercare insieme di risolvere uno dei più grandi scandali italiani, venuto anche mediaticamente alla ribalta grazie ad alcune coraggiose inchieste giornalistiche che hanno denunciato la situazione delle persone ristrette in quei luoghi.

 

Rivolta al carcere di Ancona, fiamme nelle celle


Una ventina di detenuti ha preso parte alla contestazione, poi domata dagli agenti anti-sommossa. Nessuno è rimasto ferito
La protesta sarebbe stata scatenata dalla mancanza di riscaldamento

 MILANO - Una rivolta è scoppiata nel carcere di Montacuto, ad Ancona, coinvolgendo una ventina di detenuti che hanno incendiato alcune celle. Nessuno, nè tra i detenuti nè tra gli agenti di polizia penitenziaria, è rimasto ferito e alla fine l'intervento degli agenti in tenuta antisommossa ha riportato la situazione sotto controllo.

MANCANZA DI RISCALDAMENTO - La protesta era iniziata nella tarda serata di giovedì - ma la notizia si è appresa solo venerdì pomeriggio -, quando i carcerati avevano dato fuoco a delle lenzuola, ed è proseguita la mattina e nel primo pomeriggio di venerdì. A diffondere la notizia è stato il segretario del Sappe, il sindacato di categoria, Aldo Di Giacomo, che da tempo denuncia la situazione di emergenza del carcere anconetano, afflitto in primo luogo da seri problemi di sovraffollamento. La protesta, a quel che si sa, è divampata anche a causa della mancanza di riscaldamento e, appunto, delle condizioni di eccessiva presenza di detenuti nelle celle.

AGENTI ANTI-SOMMOSSA - I rivoltosi si erano barricati nelle celle con delle lamette e utilizzando i fornelletti da campeggio avevano dato alle fiamme alcune lenzuola e altri oggetti. Sarebbero cinque o sei le celle distrutte dal fuoco. I danni, provocati anche dal fumo, sono ingenti, ma non vi sono persone intossicate. Viene anche confermato che nessuno, tra i detenuti e gli agenti della polizia penitenziaria, è stato ricoverato in ospedale.

«SITUAZIONE ESPLOSIVA» - «Da sempre - ha commentato Di Giacomo - denuncio la situazione del carcere di Ancona, che ormai è di interesse nazionale, ma nulla giustifica atteggiamenti del genere. Spero che i detenuti responsabili di quella che è stata un vera e propria rivolta vengano puntiti in modo esemplare». A testimonianza che il penitenziario anconetano, al centro di varie interrogazioni parlamentari, sia comunque una polveriera, la visita a sorpresa, solo due giorni fa, del capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Franco Ionta, il quale avrebbe tra l'altro dato assicurazioni sull'assegnazione definitiva del personale in servizio nel carcere di Barcaglione (che figura assegnato ad Ancona Montacuto).

 
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