Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Lettere: da tre anni vivo paralizzato in cella…


www.radiocarcere.com, 7 gennaio 2012


Pubblichiamo la lettera, arrivata a Radiocarcere e letta nella puntata di ieri, scritta da una persona detenuta nel carcere di Agrigento che da ben 3 anni resta abbandonato in cella perché paralizzato. Una lettera che dimostra chiaramente, al di là del sovraffollamento, l’inadeguatezza del nostro sistema penitenziario.
“Cara Radiocarcere, mi trovo in carcere da circa 3 anni e da allora vivo la mia pena sdraiato su una branda, in quanto sono paralizzato. Il carcere mi ha dato l’assistenza di un piantone che sta con me per 3 ore al giorno, ma il resto della giornata resto solo, sdraiato su questa branda e senza nessun aiuto.
Consideri che non mi lasciano a disposizione neanche la sedia a rotelle per tutto il giorno, con la conseguenza che da tre anni non vado a fare l’ora d’aria, né posso recarmi in chiesa. In poche parole sono murato vivo.
Tra l’altro ho chiesto più volte al medico del carcere di poter fare la fisioterapia prescritta dai medici, ma nessuno mi ha mai risposto, come non hanno mai ottemperato all’obbligo di portarmi in ospedale per sottopormi alle visite specialistiche di cui ho bisogno. In pratica sono abbandonato sul letto della mia cella. Inoltre, la mia famiglia vive in Calabria e per ragioni economiche non può venire fino a qui. Ragion per cui, non solo sono disperato perché non vedo i miei cari, ma sono anche vestito come un barbone, dato che non ricevendo visite, non ho neanche un pacco di vestiti puliti con cui cambiarmi.
Sono tre anni che vivo così e ora sono davvero arrivato all’esasperazione. Non chiedo la libertà, ma come persona detenuta paralizzata chiedo cure e la vicinanza della mia famiglia. È forse chiedere troppo? Vi saluto con tanta stima”.
Antonio, dal carcere di Siracusa