Gestione e promozione delle attività di sensibilizzazione della società civile

Promozione della partecipazione della comunità sociale ai processi di risocializzazione delle persone sottoposte a sanzioni penali

Promozione e realizzazione di assistenza sociosanitaria ai detenuti ed opportunità lavorative

Opere

Per un attimo di eternità

Posti sulla terra a dimorar, intorno al sole a girar.
I giorni sono contati, una parte già andati.
Comprar l'eternità, la ricchezza non basterà.
Ci affanniamo ad accumular.
Pensando, qui per sempre dobbiam restar.
Ognuno di noi partirà, già sapendo dove andrà.
La menzogna, la falsa testimonianza non servirà
ad entrare nell'immortalità.
La buona notizia, si tramanderà per tutta l'umanità.
La terra onerosa sempre dà, un giorno tutti ci riprenderà.
L'equilibrio non finirà, la specie si salverà.
Il cielo e la terra rimarrà, per tutta l'eternità.
Ho girato 80 volte il sole e mi son fermato.
Questa la durata della mia passeggiata.


Roberto Giuseppe, Casa Circondariale di Lecce

 

Le vittime dei reati nella coscienza del criminale e della società

 

di Stefano Di Cagno - Casa Circondariale di Bari

Quante sono le vittime dei reati che vengono commessi ogni giorno nel nostro paese? Un esercito. Silenzioso, trascurato, relegato in un limbo in cui mancano parole – ma soprattutto i relativi fatti - come solidarietà, tutela, attenzione, sostegno.
Non appaiono quasi mai dagli schermi televisivi, dove la cronaca racconta comunque una parte infinitesimale degli eventi; si affacciano schive e ancora sotto choc nelle aule dei tribunali; scompaiono letteralmente dalla scena con le condanne, portandosi appresso gli strascichi di eventi che a volte segnano per l’intera esistenza. In qualche modo perverso, sono obliate proprio mentre i loro carnefici diventano preponderanti, acquistando visibilità per le condizioni in cui scontano le pene inflitte.
Perché avviene questo processo di rimozione di un problema importante e così diffuso? E’ presto detto e, per farlo, bisogna cominciare da chi è l’autore del problema e dal posto in cui lo si relega.
Il carcere dovrebbe essere un luogo di redenzione. Almeno questo è il fondamento dell’impianto su cui si erge l’ordinamento penitenziario: far pagare le colpe ma, soprattutto, reinserire nella società il detenuto, consapevole del danno che ha procurato e proiettato verso un futuro di legalità.
La realtà dei fatti ci offre un quadro totalmente diverso.
Va prima di tutto rapidamente analizzato lo stato del sistema carcere. Sono come è noto pochissime le situazioni - pur esistenti, quasi dei laboratori ma, alla fin fine, soltanto degli esempi di un come-dovrebbe-essere senza appigli con la realtà - dove gli operatori possono offrire un ampio spettro di possibilità alternative ad una detenzione alienante: studio; attività creative, culturali e professionali; sostegno e indirizzo psicologico; effettive prospettive di reinserimento lavorativo.
Le ragioni sono molteplici. Da un lato abbiamo una cronica mancanza di risorse finanziarie, che si traduce in poche carceri, per lo più sovraffollate, un organico di agenti penitenziari e operatori sanitario-socio-culturali inadeguato, una carenza fisiologica di iniziative strutturalmente adeguate all’impiego del tempo detentivo, la pressoché inesistente presenza di prospettive lavorative per decine di migliaia di rei da reintrodurre mano a mano nel tessuto sociale. I carcerati sono quindi un costo gravoso sulle spalle della società, essendo del tutto improduttivi; costo che appare evidente sia destinato ad aumentare in maniera importante, laddove si reperiscano poi i fondi necessari per intervenire sulle condizioni detentive che dicevamo allo stato assolutamente improponibili.
D’altro canto vi è un contesto criminale difficile da scardinare, la costante commistione tra organizzazioni delinquenziali - regolarmente presenti e organiche all’interno dei penitenziari con proprie regole e modelli comportamentali - e detenuti non affiliati, proprio in virtù della succitata inadeguatezza delle strutture. Dagli anni novanta vi è poi una sempre più forte presenza di detenuti stranieri (un terzo della popolazione detenuta), già privi di possibilità occupazionali all’esterno e costantemente proiettati in un mondo sommerso fatto di clandestinità e devianza.
La dimostrazione forse più eclatante di come la problematica sia grave è stato l’ampio indulto del 2006, che ha aperto le porte dei penitenziari a oltre 20.000 detenuti: nel giro di due anni la popolazione carceraria è tornata ad essere la stessa di prima del provvedimento, con un altissimo tasso di recidiva.
Tutto questo porta a una situazione praticamente disperata, dove i soggetti reclusi non hanno concrete speranze e sono semplicemente ristretti in un limbo di degrado e afflizione fino al termine delle pene, dopodichè sono ricacciati negli ambienti e nelle occupazioni criminali da cui provenivano prima dell’incarcerazione, ritornando in breve tempo, se le attività di polizia funzionano, dietro le sbarre.
Ciò porta gran parte dei detenuti a diventare in qualche modo vittime dopo essere stati carnefici. Vittime del degrado in cui vivono, dei soprusi e delle sopraffazioni, della totale assenza di un diverso futuro.
Questo quadro fosco e depauperato porta a perdere completamente la già scarsa considerazione per altre vittime: quelle del reato appunto, che non sono solo i soggetti colpiti dal crimine stesso, ma anche i loro familiari, nonché i familiari del reo, tutti travolti dagli accadimenti.
Nella società un minimo di reazione verso questo fenomeno di rimozione è dato dall’attività di organizzazioni come le associazioni delle vittime del terrorismo e delle mafie, che rivendicano anche solo un minimo di visibilità e tutela, ma in generale è evidente come vi sia un processo di distanziamento della questione. Nessuna attenzione è mostrata verso la totale assenza di iniziative atte a far concentrare i detenuti sulle conseguenze delle proprie azioni, a partire da quelle più prossime a loro stessi, come quelle che devono sostenere i propri parenti. Non fare proprio il dolore arrecato agli altri, ma focalizzarsi solo sul proprio inflitto dalle condizioni di detenzione, porta il carcerato a un distacco dalla realtà che rende più facile reiterare i reati una volta in libertà.
Davanti a questo stato di cose si sviluppano due atteggiamenti completamente differenti: da un lato coloro che assumono posizioni violentemente punitive, chiedendo un aumento delle pene e la cosiddetta “pena certa”. Quest’ultima posizione è puramente di pancia, irrazionale, e tende a pretendere che a un aumento inquantificato della detenzione faccia seguito la risoluzione di tutti i problemi, mentre è evidente che a prescindere da quanto duri la pena, se non vi è un processo di reintegrazione, all’atto della scarcerazione ci si ritrovi comunque punto e da capo. Non considera altresì l’importante innovazione introdotta dalla Legge Gozzini agli inizi degli anni ottanta, che stabilendo una riduzione della pena di tre mesi l’anno a fronte di un buon comportamento carcerario, contribuì a disinnescare la spirale di violenza che le pessime condizioni detentive aveva reso quasi endemica all’interno degli istituti di pena, con rivolte, omicidi, risse e aggressioni, autolesionismo e suicidi. Va evidenziato che a fronte di una legge premiale, furono nello stesso tempo di grande utilità le carceri di massima sicurezza, dove con gradi di detenzione diversamente afflittiva, erano separati dalla massa coloro che mettevano in essere comportamenti pericolosi e irriducibili (sistema oggi formalizzato con il 41 bis e dalle sezioni di Alta Sicurezza). E’ importante anche sottolineare che i giudici, quando infliggono una condanna, sanno benissimo che in caso di buona condotta un quarto della pena sarà defalcata e che, quindi, determinando la durata della condanna, ne tengono conto. In soldoni, se non vi fosse la liberazione anticipata, è legittimo ritenere che le pene sarebbero ridotte.
Su un altro versante ci sono i (pochi) che si adoperano per un miglioramento delle condizioni detentive o anche soltanto cercano di essere di sostegno e che, in qualche modo, vedono i carcerati stessi come vittime (del sistema, della società, etc.).
Tutti questi fattori portano a un risultato eclatante, come appunto si diceva, ovvero che il soggetto detenuto perda completamente di vista il fatto che a causa delle sue azioni qualcuno stia male. Paradossalmente, in una serie concentrica di sofferenze indotte, il più vicino è lui stesso, ma questa presa di coscienza manca quasi radicalmente. Il detenuto rimuove sistematicamente il pensiero di essere lui l’artefice del male proprio e altrui, e si concentra invece su tutti gli appigli psicologici che possano proiettare su altri la causa delle proprie disgrazie. E in questo viene aiutato, anche senza volerlo, in modo malsano da coloro che dicevamo cercano di essergli vicini, così come dalla gran parte dell’opinione pubblica, che semplicemente lo vuole in galera a vita.
Un processo razionale di presa di coscienza del dolore inflitto, manca completamente. Si pone l’accento sul fatto che i reati non debbano essere commessi, che certe azioni sono illegali, proibite, che bisogna irrogare pene sempre più dure ed esemplari che devono essere scontate “interamente” (come se così non fosse), ma che tutti i reati producano sofferenza è poco chiaro, o almeno messo in secondo piano.
E questo è in special modo vero per i cosiddetti reati minori, di microcriminalità, che poi sono la maggior parte. Per il piccolo spacciatore è praticamente ininfluente il fatto di essere causa di gravi problemi nella vita dell’acquirente delle dosi, nella cerchia della sua famiglia e delle amicizie; lo scippatore o il ladro, non hanno nessuna sensazione del fatto che producano sofferenza alle proprie vittime al di là della mera perdita di qualche bene materiale.
Ma è realistico pensare che possa esservi una soluzione, soprattutto a breve termine? Ritengo di no. Già per i cosiddetti reati di famiglia, a differenza di quanto succede in altri paesi della Comunità Europea, non esiste un iter di mediazione guidata che ricomponga la situazione, che porti l’attore deviante a comprendere il danno provocato con un sostanziale lavoro psicoterapeutico su se stesso e in relazione agli altri. E questo appunto già solo in quelle situazioni dove vi siano rapporti stretti fra le vittime e chi provoca il danno. Figuriamoci quindi in circostanze dove i soggetti non hanno alcuna relazione tra loro.
Eppure un cambiamento della situazione sarebbe non solo auspicabile, ma fondamentale per ridurre la recidiva.
Come si può ricomporre ab imis lo iato tra chi commette il reato e chi lo subisce?
Prima di tutto attraverso un’operazione culturale radicale, che porti ad una presa di coscienza del detenuto di essere lui stesso la causa principale dei suoi mali. Per quanto il carcere, come si è visto, sia un’istituzione non certo priva di pecche anche macroscopiche, il detenuto deve essere portato a comprendere e fare proprio il concetto di essere lui stesso l’artefice delle sue disgrazie a prescindere dalle condizioni di detenzione. Sembrerebbe scontato ma non è così: abbiamo affermato che i carcerati tendono sistematicamente a rimuovere questa considerazione e che, in qualche maniera, nel percorso detentivo i soggetti istituzionali e non che si rapportano con essi, non affrontano davvero la questione.
In secondo luogo sarebbe importante che la società si prendesse carico delle vittime, non solo saltuariamente o in contesti superficiali come possono essere per esempio alcune trasmissioni sulle tivù generaliste, in cui si finisce sempre per porre l’accento solo sulla punizione esemplare dei rei, invocando un arcaico bisogno di vendetta. Probabilmente, anche se risulta difficile immaginare come sia concretamente realizzabile, sarebbe di aiuto una partecipazione delle vittime dei reati al processo di reintegrazione dei rei. In maniera pragmatica si dovrebbe forse cominciare per gradi, partendo proprio dalla percezione del detenuto del disastro provocato alla propria esistenza con dei comportamenti devianti. Come si è anzidetto, vi è nei detenuti recidivi una sostanziale mancanza di autotutela verso sé stessi, che fa ad un certo punto accettare come normale un’intera esistenza di carcere, un entra ed esci dalle porte del carcere assurdo e alienante. Quando questi soggetti varcano le porte della galera, si proiettano psicologicamente in modo sistematico solo sulle prospettive di uscita, quali esse siano, pronti a delinquere nuovamente una volta fuori e quindi a rientrare in carcere, in un circolo vizioso chiaramente patologico. Il detenuto/vittima, costretto 20h/24 su di un letto, si ripiega su se stesso, anela solo alla libertà, senza riuscire a farsi carico del danno procurato, mentre dovrebbe essere portato costantemente a pensare ad esso, a rendersi conto di ciò che ha fatto, trovando nella detenzione un luogo di riscatto. Allargando il cerchio della presa di coscienza, sarebbe utile che le famiglie dei detenuti partecipassero al processo di sensibilizzazione del loro congiunto: la tendenza generale è infatti un comportamento acritico, in cui le proprie sofferenze vengono messe da parte a favore di un impegno di sostegno del carcerato. Quest’ultimo non sente come di primaria importanza la necessità di evitare ai propri cari la devastante esperienza di un familiare prigioniero, è anzi talmente concentrato su sé stesso da ignorare e sottostimare il peso che grava su chi gli è vicino. Il punto più difficile - anche se, di fatto, il nocciolo della questione -, è appunto portare il detenuto a comprendere che anche il più piccolo reato, anche quello penalmente meno rilevante, comporta un danno non solo materiale, ma anche psicologico per chi lo subisce, danno che si proietta oltre il lasso temporale dell’esecuzione del crimine e della pena inflitta.
E’ ovvio che, date le premesse di questo articolo sullo stato delle carceri italiane, non essendo risolti nemmeno i problemi primari, strutturali, un intervento sociale e culturale di tale ampiezza risulta oggi mera utopia. Come abbiamo detto, un terzo della popolazione detenuta è costituita da stranieri che nella maggioranza dei casi non hanno familiari presenti sul territorio nazionale. Questi soggetti provengono nella maggioranza dei casi da situazioni di altissimo degrado, e vivono conflittualmente la loro presenza nel nostro paese, in cui ritengono di avere una sorta di diritto alla devianza per procurarsi rapidamente il sostentamento. Gran parte dei rimanenti detenuti italiani, di fatto, con le loro condotte criminali, sono, almeno per parte della loro vita e in ogni modo in linea di principio, il sostentamento economico dei loro familiari, che tendono quindi a non frapporsi alle condotte criminali e, in qualche maniera, a giustificarle.
Parrebbe dunque improponibile e meramente illusorio poter raggiungere un diverso risultato.
Eppure uno sforzo in tal senso andrebbe fatto, a fianco dell’ovviamente vitale programma di riforma strutturale delle carceri. Il sistema dovrebbe prendersi carico del peso che grava sulle vittime dei reati, ponendolo al centro di un sostanziale processo culturale e, nei fatti, concretamente, avviando politiche adeguate.
Citavamo poc’anzi le pur rare trasmissioni che, specialmente negli ultimi tempi, accolgono alcune delle vittime interpretando come specchio un’esigenza profonda del sentire comune, ma data l’enormità dei numeri e, come si diceva, la sostanziale superficiale trattazione del problema, non si può certo delegare e confinare ad esse la questione.
E’ però fondamentale che un qualsiasi processo di cambiamento parta e si basi sulla presa di coscienza da parte dei detenuti delle conseguenze delle loro azioni. Senza di ciò tutto rimarrà invariato, con un deterioramento della situazione costante e inevitabile.

Ultimo aggiornamento (Venerdì 28 Gennaio 2011 21:06)

 

"LA SCELTA" di Stefano Di Cagno - Casa Circondariale di Bari


Il sole sorge, il sole tramonta. Lo so perché lo vedo dalle ombre proiettate dalle sbarre alla finestra. Si allungano e si ritraggono, arrampicandosi sulle pareti spoglie, sul tavolino di ferro inchiavardato al pavimento di cemento, scalando e discendendo la branda.
Il mio pranzo speciale devo ammettere di averlo davvero gustato. Ho chiesto bistecca al sangue, patate fritte col ketchup, pancake con sciroppo d’acero e, per finire, un ottimo gelato alla crema spruzzato di scaglie di cioccolato. Peccato non mi sia stata concessa un’ultima birra, ma la Coke andava bene lo stesso.
Tra un’ora verranno a prendermi. Ho scelto l’iniezione e questo ha evitato che mi rasassero tutti i capelli com’è stato per James, che due settimane fa è morto sulla sedia. Ha scelto quella fine sostenendo che il penthotal a volte non funziona bene e si può rimanere coscienti quando iniettano il secondo agente chimico, che paralizza i polmoni. Aveva il terrore di essere ancora sveglio mentre soffocava.
Per conto mio, l’idea di essere fritto da una scarica elettrica non mi affascina. Anch’io ho sentito le storie su come possano intervenire mille inconvenienti, pur se penso che la maggior parte siano chiacchiere da carcerati. Dal 1977 ad oggi ci sono state solo tredici esecuzioni qui in California e, ad aspettare l’ultimo viaggio, siamo quasi settecento detenuti, tra San Quentin e il femminile di Chowchilla. Il Governatore sembra voglia dare un’impennata alle esecuzioni in questo periodo di campagna elettorale, anche se i miei avvocati si sono dichiarati moderatamente fiduciosi in una commutazione della mia in ergastolo. Contano molto sulla pressione interna e straniera degli intellettuali e politici, sembra ulteriormente sensibilizzati dopo l’uscita del mio terzo romanzo.
E’ paradossale che ci s’impegni sulla sospensione e abolizione della pena di morte più per un killer come me perché ha scritto dei libri, che per tanti altri che non hanno voce, ma tant’è, così va la vita. Negli States del resto è dai tempi di Edward Bunker che questo trend tira per la maggiore, soprattutto da quando, dai suoi libri, registi famosi come Tarantino hanno realizzato film di successo.
Il prete del carcere mi ha detto che devo sperare e pregare, ma non ne sono capace. Sono stanco. Stanco di me stesso, della mia vita tormentata, del dolore che ho provocato a sconosciuti e ai miei stessi cari; stanco di essere consapevole di aver vissuto dalla parte sbagliata da quando avevo tredici anni. Ci potevo pensare fuori di qui, quando ne avevo la possibilità. Invece ho scelto di cavalcare la tigre, di travolgere innocenti, di sprecare vite e fortune.
La polemica se sia etico, morale, che lo Stato tolga delle vite non mi interessa. Sono problemi loro. Ho atteso per tutti questi anni che arrivasse il momento di consegnarmi al boia. E’ stato un aiuto per sopportare tutte le prevaricazioni, le assurde storie di galera che ho vissuto. L’essere trasferito dopo la sentenza in quell’ambiente ovattato che è il braccio dei deaths men walking mi ha ulteriormente sostenuto, anche se poi può passare così tanto tempo prima che ti finiscano. Chi s’interroga sul diritto istituzionale di sopprimere degli esseri umani, non riflette, non sa, cosa voglia dire stare chiusi qui dentro. Non può nemmeno immaginare la tortura esercitata sulle persone che devono pagare per i reati commessi.
Sul fatto che sia giusto che il sistema protegga la brava gente e sanzioni i comportamenti antisociali, non ci piove. Ma resta il nodo gordiano che è impossibile sciogliere, ovvero che quando sei piombato qua dentro non devi solo sopportare la privazione della libertà, ma tali e tante prove da uscirne letteralmente spezzato.
La maggioranza di noi si rifugia nella rabbia e nell’odio, diventando ancora più dura e insensibile, attivando un circolo vizioso di trasgressioni e punizioni da cui non si esce mai. Altri, pochi, raggiungono la consapevolezza di aver intrapreso una via errata e non ne possono più, ma questo non cambia il loro destino, dovendo pagare il fio delle proprie colpe.
Per quanto concerne me, non riesco a pensare nemmeno lontanamente ad un percorso di redenzione e reinserimento. Ho commesso reati per cui è prevista la pena di morte o, al limite, della detenzione a vita. Certo, in quest’ultima situazione si può anche pensare ad una liberazione sulla parola dopo venti, trent’anni, ma ne vale la pena? Per me no. No, non ha nessun senso restare aggrappati alla vita per rimanere chiusi dietro queste sbarre, trasformarsi in quegli esseri che hanno rinunciato a tutto, dalla dignità alle minime esigenze personali, pur di restare vivi. Combattere con i prepotenti, con le gang e con le guardie, trascinare l’esistenza nella routine rovinosa del giorno per giorno, chiusi in pochi metri quadri: non lo reggo.
Certo, anch’io ho vissuto così, quando avevo da fare pochi anni. Tenevo duro, stringevo i denti, ma come un cane rabbioso. E quando sono uscito ero colmo di una tale voglia di rivalsa da scordarmi quello che avevo tuttavia patito e quel che avevo fatto patire. Non provavo nessuna pietà per le mie vittime, pensavo solo a vendicarmi dei torti subiti, non calcolando il fatto che comunque ero sempre io quello che aveva scatenato l’assurdo vortice di azioni e reazioni che mi ha travolto. Il sangue agli occhi mi impediva di ragionare sul fatto che, in realtà, le uniche cose che avrei dovuto desiderare erano di non far più del male a nessuno e di non tornare qui dentro.
Mi è stata data una seconda chance e l’ho gettata alle ortiche.
Quante volte ho pensato di suicidarmi. Non l’ho mai fatto per vigliaccheria, pur sapendo che sarebbe stata la soluzione migliore. Dopo ogni colloquio con mia figlia, quando la vedevo allontanarsi di là dai vetri antisfondamento e sparire irraggiungibile, portandosi dietro i tanti non detto, quei lunghi silenzi che ci sopraffacevano nonostante la lancetta dei minuti avanzasse inesorabilmente verso il momento dell’ennesima separazione, sarei voluto morire seduta stante.
Ho atteso l’appuntamento con la Nera Signora come una benedizione. Nessuno dei legali che si sono offerti di seguire il mio caso è riuscito ad ottenere il mio assenso per la lotta contro l’esecuzione e agiscono su mandato dei miei famigliari, rendendo ancora più difficile il loro compito.
E ora è arrivato il momento.
Il Direttore si è affacciato davanti alle sbarre della mia cella con le sei guardie di scorta. Mentre metto le mani dietro la schiena e lascio che mi ammanettino, collegando con catene e cinture mani e piedi tanto da non riuscire quasi a camminare, penso solo a questo: è finita, finalmente è finita.
Ho visto abbastanza film e documentari da sapere che fuori da queste mura si ripete quel teatrino macabro dell’assiepamento di gente con i cartelli che urla contro di me, confrontandosi con altri che pregano e alzano candele o urlano il loro dissenso, quasi fossero a una partita.
Non mi fa nessun effetto distendermi sulla lettiga con i bracciali di contenimento intrisi dall’odore di disinfettante, sbirciando i testimoni di questi miei ultimi momenti che siedono nella stanza dietro il vetro. Non ricordo chi di loro sia parente della guardia della banca che ho ucciso. Sono passati dieci anni dal processo e anche in aula non ero sicuro di chi fosse chi.
Sono venuti qui per raccogliere la loro vendetta. Mi chiedo come vivranno dopo, se quest’ultimo atto li appagherà oppure se li svuoterà, eliminando l’oggetto dell’odio e del disprezzo, lasciandoli soli con il dolore della perdita del loro caro. Comunque sia, io sarò tolto di mezzo, non incrocerò mai la loro strada, e penso che anche questo sia giusto.
Siamo pronti, sono pronto.
C’è un’ultima telefonata. E’ il telefono rosso, che collega direttamente con l’ufficio del Governatore. Il Direttore è sbiancato. Dopo aver posato il ricevitore ha tirato la tenda sul vetro escludendo gli astanti, che ho visto agitarsi increduli. Ordina alle guardie di riportarmi in cella. E’ stata concessa la grazia, con commutazione in ergastolo, mi dice.
Torno nel mio buco tra i lazzi e gli applausi dei miei compagni. Anche qui c’è un tifo da stadio, battono le gavette di metallo contro le cancellate e buttano rotoli di carta igienica incendiata giù per i ballatoi. Mi siedo sulla branda e mi lasciano finalmente solo, mentre la cagnara si spegne gradualmente.
Non ce la faccio. Non trovo giusto vivere dopo quello che ho fatto; non trovo possibile sopportare l’attesa agonica di una solo eventuale liberazione tra decine d’anni, ormai vecchio. Per vivere fuori cosa? Uno scampolo di esistenza che sarebbe solo l’attesa di morire comunque. Devo essere punito, è giusto così, ma ora la punizione consiste in un Purgatorio proiettato verso un Paradiso inesistente.
Togliere una lametta da un rasoio usa e getta spaccandolo con il tagliaunghie, richiede pochi istanti. Faccio a strisce un lenzuolo e le intreccio formando una corda con un cappio. Salire sullo sgabello avvicinato alla cancellata e legarvi lo strumento di morte è anch’essa questione di un attimo. Infilo la testa nel mio rudimentale capestro e rovescio il sedile.
Mentre muoio scalciando i piedi, penso che la scelta è fatta.

 

“Il corpo”

(clicca qui per leggere l'opera per intero)

Racconto vincitore per il 2010 del primo premio al concorso letterario “E. Casalini”, riservato ai detenuti.

Di Stefano Di Cagno, Casa Circondariale di Bari

La radiosveglia si accese alle 7,30 in punto, diffondendo le note di una canzone che Julie, nel dormiveglia, credette di identificare in un pezzo dei Coldplay di cui non ricordava il titolo.
Si stiracchiò come una gatta che fa le fusa, annusando con piacere l’odore dei corpi e del sesso della sera prima, ancora intrappolati sotto il piumone. Con uno scatto si tirò fuori dal morbido abbraccio del letto, alzandosi in piedi e flettendo il busto, toccando con un paio di piegamenti il pavimento. Prima di andare in doccia adocchiò il piede affusolato che spuntava dalle coltri e, presa da un languore subitaneo al basso ventre, lo baciò chiedendosi se avesse il tempo per esplorare quel sentiero di pelle che le dava tanto piacere.
Frenò la sua ingordigia e andò a lavarsi, con una mezza idea di darsi solo una sciacquata alla faccia e alle ascelle, per trattenersi addosso il profumo conturbante dei loro amplessi notturni. Tornata in camera raccolse i propri slip da terra e se li infilò.
«Ehi, io devo andare a lavorare», disse alla figura che gonfiava ritmicamente l’ammasso di stoffa a righine blu notte e bianche.
Il piede si mosse prima in fuori e poi rientrò sotto il piumone come una lumaca che si ritira nel guscio. Due occhi nerissimi spuntarono dal bordo superiore della trapunta.
«Ma che ore sono?», chiese una voce arrochita.
«Quasi dieci alle otto, amore», rispose Julie, ficcando la zazzera di capelli ricci e rossi nella felpa nera, la virgola del logo della Nike di uno sfavillante argento sul petto.
«Dormi, dormi, tanto c’è chi lavora», trillò allungandosi sul letto e infilando la mano tra la folta chioma corvina. Le sue labbra cercarono avidamente quelle dell’altra ragazza e si baciarono a lungo.
«A che ora torni?», chiese Micaela in un sussurro.
«Penso che per la una sono di nuovo a casa. Mi aspetti?»
«Sempre. Lo sai…»

 

IL BATTIBECCO

Giuseppe, Pasquale e Giovanni

Giuseppe a Giovanni: È giusto che a me con quel grosso difetto, mi presero alle armi e a te ti scartarono, ti rifiutarono, senza difetto senza niente,

Pasquale: Eppure non si vede

Giovanni a Giuseppe: A me non mi presero perché ero a sovrannumero!

Giuseppe a Giovanni: Tu non la conti giusta, ma ti raccomandarono: conoscevi qualcuno?

Giovanni a Giuseppe: No, non conoscevo nessuno!

Giuseppe a Giovanni: Ma se a me con quel grosso difetto, con quel grosso guaio mi presero. Allora a te cosa scrissero sulle carte?

Pasquale: Eppure non si vede!

Giovanni a Giuseppe: Vuoi sapere la verità, conoscevo qualcuno!

Giuseppe a Giovanni: E dillo finalmente che pagasti, se a me mi presero con quel grosso difetto.

Pasquale: Eppure non si vede!

Giuseppe a Pasquale: Hai visto bene da cima a fondo disonesto il difetto è coperto (ernia).

 

Giuseppe, Casa Circondariale Lecce

 
Altri articoli...